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UN GRANDE SCRITTORE E UN GRANDE MARINAIO  
  
Henri-René-Albert-Guy de Maupassant è nato il 5 agosto del 1850 nel castello di Miromesnil, vicino a Dieppe, ma dopo poco i genitori si sono trasferiti nel Château-Blanc, a una quindicina di chilometri da Étretat. Il ragazzo cresceva fra la foresta, la campagna e il mare. D’inverno, guardava dalle finestre il movimento delle onde sotto il vento di burrasca, la risacca che si infrangeva contro  la falesia e ascoltava il rumore dei ciottoli che venivano trascinati…  
Guy ritrovava il mare anche quando andava a trovare la nonna a Fécamp, nella sua casa sopra il porto. Anche qui c’erano le alghe scure, le conchiglie madreperlacee, le patelle, i gabbiani  che emettevano versi striduli. Trascinava i cugini in un gioco in cui lui era il capitano di una nave che urlava: “Tribordo! Babordo!  Ammainate le vele!”. Quando l’estate finiva e lui doveva  tornare in collegio, adottava uno  stratagemma. Di tanto in tanto, si fingeva malato, di una malattia che gli durava giusto il tempo di arrivare a casa. Poi, ogni sintomo spariva e lui ricominciava a scorrazzare in lungo e in largo nel circondario, com’era sua abitudine.
 
Al collegio di Yvetot dove era stato mandato, il quattordicenne Guy de Maupassant si sentiva prigioniero. E per scacciare quel senso di reclusione, si era fatto promettere dalla madre che alla fine dell’anno, con i soldi destinati alla festicciola a cui rinunciava volentieri, gli avrebbe comprato una barca.
Sul modello desiderato aveva le idee chiare: voleva un bateau-pêcheur con il fondo rotondo, dove sistemare alcuni libri, far salire l’adorato cane Mathô e partire al largo. Dopo averlo ottenuto, raggiungeva il posto preferito, si metteva a pescare o si tuffava in acqua e nuotava con energia in mezzo alla schiuma creata dalle onde, che accarezzavano le sue membra dandogli una sensazione piacevole. Altre volte si univa ai pescatori e li aiutava a gettare le reti. Esponeva il viso agli spruzzi dell’acqua di mare e tornava a casa con il viso segnato dal sale. Quando tardava a rientrare, la madre stava in apprensione. Loro due avevano già vissuto insieme un’avventura pericolosa. Un giorno in cui si trovavano sulla spiaggia di Étretat, la marea aveva cominciato a salire all’improvviso. Allora si erano messi a correre verso il punto della scogliera dove era appesa una corda a nodi per arrampicarsi. Ma quel giorno la corda non c’era e loro sono risaliti aggrappandosi convulsamente alle rocce e ai ciuffi d’erba...
Finite le scuole e raggiunta l’età adulta, Maupassant è andato ad abitare a Parigi, nella casa di suo padre, vicino alla stazione di Saint-Lazare. Aveva un lavoro al Ministero, in un ufficio posto nel sottosuolo, dove si sentiva più che mai prigioniero.  
 
Nel 1870 si è arruolato volontario e l’esperienza della guerra, che ha poi trasferito in un racconto, lo ha enormemente cambiato. Una volta tornato a Parigi, appena aveva un po’ di tempo libero andava ad Argenteuil a vogare sul fiume. Indossava una canottiera alla marinara, si sistemava ai remi e cominciava a vogare con grande energia.
Nell’inverno del 1873 ha deciso di farsi costruire una barca per la navigazione fluviale e di chiamarla Étretat. Ha affidato il lavoro a père Bernard. Con l’aiuto dell’immaginazione si vedeva già in navigazione, nell’atto di superare i battelli più piccoli, ma purtroppo le cose non sono andate così. Quando il costruttore gli ha consegnato la barca, Guy si è accorto che non era fatta bene. La velatura non era dell’altezza giusta e la gaffa si è subito spezzata. Tuttavia, nelle lettere alla madre parlava solo delle cose belle, della giornate piacevoli passate a nuotare e remare a Bezons. Non le parlava delle cose negative del lavoro, che andava malissimo. Il capo lo accusava di essere un malato immaginario, di assentarsi senza giustificazione e di scrivere dei testi personali nelle ore di lavoro. Flaubert, molto amico della madre e suo pigmalione, ha deciso allora di aiutarlo. Si è recato dal Ministro dell’Istruzione, suo conoscente,  a chiedere per il giovane Guy un posto in quel ministero. Ma anche il nuovo lavoro lo intristiva, le due settimane di vacanze estive passavano in fretta mentre gli undici mesi di attesa per quelle successive non passavano mai.



Flaubert avrebbe voluto vedere il suo discepolo, amato come un figlio, dedicare più tempo alla scrittura. “Trop de putains, trop de canotage, trop d’exercice – diceva - Il faut lâcher les rames pour la plume».  Ma Guy non ci pensava proprio a lasciare i remi per la penna e continuava la vita di sempre. Trovava comunque il tempo di scrivere. Nel 1880 è uscito il suo primo libro,  Soirées de Médan, una raccolta di racconti, uno dei quali, intitolato Boule de suif, ha riscosso l’approvazione incondizionata di Flaubert. Purtroppo, il maestro ha fatto appena in tempo a leggerlo. È morto pochi mesi dopo, l’8 maggio di quell’anno.
Dopo il successo di questo libro, Maupassant ha preso congedo dal suo lavoro al Ministero e ha cominciato a collaborare con alcuni giornali. Ha affittato una stanza a Sartrouville, in mezzo ai tigli, sulle rive della Senna,  davanti al castello Maison-Laffitte e al parco di Saint-Germain-en-Laye. Qui, fra una nuotata e l’altra, lavorava al suo nuovo libro La maison Tellier, una raccolta di racconti il primo dei quali, che dà il titolo all’opera, raffigura la vita tragica delle pensionanti di una casa chiusa. Tutti i giorni andava a mangiare al ristorante chez Lelière.
 
Nel frattempo, la madre si era trasferita in Corsica per l’inverno, per beneficiare del clima caldo e secco dell’isola, adatto alla sua salute. Quando lo scrittore è andato a trovarla, ha preso lo spunto dal suo soggiorno per scrivere un articolo per Le Gaulois.
Tornato in Francia, ha deciso di andare a passare qualche giorno nella casa di famiglia a Étretat. Ma senza la presenza della madre  il luogo gli sembrava triste. C’era la neve, la temperatura era sotto lo zero e nella casa vuota e glaciale lui soffriva di solitudine. “Il vento freddo soffia sotto le porte – ha scritto - la lampada agonizza, il fuoco ti brucia quando sei vicino, ma non scalda le stanze. I vecchi oggetti attorno a me sono tetri e nessun rumore viene dal villaggio, morto durante l’inverno. Non si sente il mare.” Oltre alla solitudine della casa sentiva la solitudine della vita, lo smarrimento comune a tutti gli esseri umani, il peso del vuoto dentro al Nulla eterno…”
In primavera è tornato nella sua casetta di Sartrouville. Ci voleva restare per almeno tre mesi in isolamento totale, per correggere le bozze de La Maison Tellier e rivedere la raccolta di racconti di cui faceva parte Sur l’eau. L’unica persona che incontrava, di nascosto, era Marie-Paule, la sua amante del momento. Lei andava  a trovarlo vestita da uomo e, insieme, andavano a fare il giro del bordelli della regione. Quando è uscito,  La Maison Tellier, con le sue storie di ragazze e canottieri, ha scandalizzato molto e l’editore ha rifiutato di distribuirlo.
 
 
Nel 1881,  malgrado qualche problema di salute e la tortura delle nevralgie, ha deciso di partire per l’Algeria per andare a vedere la guerra in corso in quel paese. All’inizio di luglio si è imbarcato sull’ Abd-el-Kader e, appena al largo, si è sentito meglio. Gli sembrava di aver  lasciato i suoi malanni a Parigi. Sul ponte respirava la brezza marina a pieni polmoni e guardava  il Mediterraneo ornato di lustrini dalla luce del sole. In qualità di reporter di Le Gaulois, doveva raggiungere il corpo di spedizione francese inviato contro i ribelli. La sera stessa del suo arrivo nella bianca Algeri è stato invitato ad un ballo.

Il giorno dopo ha esplorato il suk, ha visitato le moschee, ha passeggiato nei palmeti. Le donne locali gli sembravano uscite da un acquarello di Delacroix. Tuttavia, malgrado il senso di meraviglia che lo spettacolo gli provocava, nelle sue descrizioni non perdeva  mai  il senso critico e non cadeva nel pittoresco. Non era vittima di pregiudizi, ha scritto la verità sull’insurrezione di Bou-Amama contro la presenza francese,  per quanto quella verità fosse sgradevole per la Francia. Ha giudicato in modo negativo il comportamento del governatore e dei funzionari stranieri, che non facevano nulla per capire l’Algeria e i suoi abitanti. Nel suo articolo al Gaulois ha denunciato l’amministrazione francese, che si comportava in modo ingiusto verso gli autoctoni e impoveriva il paese. .
Da Algeri è andato a Saïda, dove c’era un caldo infernale che arroventava la canna del suo fucile e gli bruciava le mani. Dormiva in mezzo alle cimici, beveva acqua putrida, faceva sgradevoli incontri con vipere, sciacalli e scorpioni. Scorgeva qua e là carcasse di cammelli smembrate dagli avvoltoi. Vedeva una grande miseria, che contrastava con l’opulenza in cui vivevano gli ufficiali dell’esercito francese. Incontrava dei giornalisti francesi che gli sembravano troppo asserviti al potere coloniale e questo lo rendeva pessimista.
 
Una volta tornato nella capitale, ha inviato al giornale degli articoli coraggiosi, nei quali prendeva la difesa degli algerini. Poi è nuovamente partito, a cavallo, e si è addentrato nel Sahara. Ha superato le gole della Chiffa, ha attraversato le province di Medea e di Chlef, ha raggiunto Touggourt, è penetrato nella regione dello Mzab per dirigersi verso le oasi di Bou Saâda, Sérif e Kherrata.



Ha inviato altri articoli al giornale, nei quali insorgeva contro il destino riservato agli abitanti della Cabilia. Ha concluso il viaggio a Costantina e ad Annaba, dove è arrivato “abbronzato come un negro”.
 
Il 10 settembre si è imbarcato per la Corsica. Poi ha proseguito per Genova, dove nel frattempo sua madre si era trasferita a vivere. Insieme a lei è andato a Firenze, poi è partito per Cannes, e da lì è tornato a Parigi. Mentre lui era in Algeria i suoi articoli avevano fatto rumore e lo avevano fatto diventare un personaggio famoso. I direttori di giornali se lo contendevano. Lui ha scelto di collaborare con il Gil Blas. Poi, malgrado i problemi agli occhi, ha continuato a scrivere alacremente, con una produzione letteraria  formidabile. Ha terminato la stesura di Une vie, ha scritto molti articoli in cui parlava di politica e altro. E non smetteva di viaggiare. A luglio è andato in Bretagna a contemplare il mare dalla punta di Raz e a inerpicarsi lungo il Mont-Saint-Michel.
 
Nel 1883 è apparso a puntate il libro Une vie, considerato osceno dall’editore Hachette., che ne ha proibito la distribuzione nelle stazioni. Questo provvedimento ha suscitato il commento sarcastico di un buontempone, che ha affermato che il vero pericolo per i viaggiatori non era dunque il deragliamento dei treni, ma l’imbarazzato rossore dei lettori davanti agli altri passeggeri. Dopo aver assunto un maggiordomo con mansioni anche di cuoco, Maupassant è andato con lui a Étretat, nella sua nuova casa. Mentre si avvicinavano allo Stretto, lo scrittore si è alzato in piedi nella vettura e ha esclamato: “Com’è bella la Manica! Che colore stupendo! È viola! È molto molto graziosa! Se però un pittore le desse questo colore e queste tonalità si direbbe che il quadro non è veritiero!” Partiva la mattina per lunghe passeggiate e respirava a pieni polmoni l’odore degli abeti, raccoglieva le fragole in giardino, dava da mangiare ai pesci nella fontana. Aveva alloggiato il maggiordomo François in una caloge, una grossa barca poggiata su dei pilastri in giardino e sistemata in modo da renderla abitabile e confortevole. All’inizio del 1884 sono apparsi sui giornali diversi racconti e sono stati pubblicati tre nuovi libri, fra cui Au soleil.


         
 
Quando è andato a trovare la madre a Cannes, ha affittato un appartamento soleggiato vicino a quello di lei, con vista sul mare. Lavorava fino a mezzogiorno, poi il pomeriggio usciva in mare sulla piccola baleniera Louisette che aveva comprato. Con essa affrontava intrepido le onde, come quando era ragazzo. Andava a meditare sulle tombe del cimitero protestante, da dove si vedeva il mare. È anche andato a vedere il carnevale di Nizza, ma non si è divertito affatto, lo ha definito “una festa per bruti civilizzati”. Rientrato a Parigi, dove faceva freddo e nevicava, per seguire i lavori di risistemazione del suo appartamento in rue Montchanin. Lui abitava provvisoriamente in rue Dulong.
 
Ad aprile è tornato a Cannes ad aprile e vi ha ritrovato i colori e la luce del Mediterraneo, che lui tanto amava, ma non si è fermato molto. È rientrato a Parigi, poi ha proseguito per la sua casa sulle rive della Manica, detta la Guillette. Qui conduceva una vita da gentiluomo di campagna, aveva le galline per le uova fresche, innaffiava le piante di fragole, giocava a bocce con gli abitanti del posto. Appena l’appartamento di Parigi è stato pronto, vi si è trasferito. Passava la maggior parte del giorno nella serra, il suo posto preferito. Vi aveva installato una sedia a sdraio e si distendeva a scrivere e a prendere il sole, circondato dai fiori, dalle piante tropicali e dai molti oggetti acquistati nei paesi visitati.  
 
All’inizio del 1885 è stato pubblicato il romanzo Bel-Ami. Maupassant non stava bene, aveva problemi di stomaco ma, malgrado questo, ad aprile è partito per l’Italia con il pittore Gervex e il giornalista George Legrand. I paesaggi italiani lo affascinavano. A Venezia è rimasto disgustato dall’odore fetido  emanato dalla laguna, ma ha ammirato il Tiepolo e l’interno del palazzo dei Dogi. Anche  Roma, “odorante di cianfrusaglie”, non lo ha appassionato. Trovava piccola la zona dei Fori e troppo grande l’acquasantiera di San Pietro, dove si sarebbe potuto fare un pediluvio. Il Giudizio universale di Michelangelo gli era parsa una crosta. Dopo aver visitato Napoli e il Vesuvio, i suoi compagni di viaggio sono tornati indietro, lui ha proseguito per Sorrento, Amalfi, Salerno e Ischia.
 
Da qui ha raggiunto Palermo, dove è andato subito a visitare le catacombe dei Cappuccini, che ha descritto minutamente in un articolo per Le Figaro. Quel “museo della morte”, dove i corpi mummificati dei defunti portavano una targa attorno al collo con il nome e la data della loro morte, lo aveva colpito molto. “Dunque, ecco qui quello che appena tre anni fa era un uomo che rideva, parlava, mangiava e beveva, pieno di gioia e di speranza...”. In particolare il ghigno orribile dei trapassati lo ghiacciava fino alle ossa. Le donne, ormai scarnificate, avevano le calze che cadevano e le scarpe troppo grandi. Dopo aver visitato la cattedrale di Monreale è andato ad Agrigento a visitare una miniera di zolfo. L’odore acre nelle gallerie lo soffocava ed era disgustato dal veder lavorare i bambini. Ha proseguito poi per Siracusa, nel cui museo è rimasto colpito dalle forme piene della statua della dea Venere. Il 15 maggio è andato a Catania, perché voleva scalare l’Etna. Ha visitato anche Lipari, prima di tornare a Napoli e poi a Roma. Dopo aver raggiunto Genova, ha proseguito per Cannes dove c’era la madre, poi è rientrato a Parigi. Quando ha aperto i pacchi degli oggetti acquistati in Sicilia ha scoperto che erano tutti rotti e i pezzi di zolfo erano sbriciolati.     
Andava spesso a Étretat, dove praticava la caccia, con un cane appena acquistato. Fabbricava da solo le cartucce per sparare alle quaglie, alle pernici e ai conigli selvatici. Finita la stagione della caccia, si è recato a fare la cura delle acque in Auvergne. Faceva delle escursioni a Châteauneuf-les-Bains, che secondo lui era l’angolo più bello della regione. Nel paesaggio calmo della Limagne, in mezzo ai  poggi di origine vulcanica, preparava il suo nuovo romanzo, Mont-Oriol. In autunno ha dovuto rientrare a Parigi per impegni con gli editori. La sua salute mentale, però, si andava deteriorando e un giorno, mentre scendeva lungo gli Champs-Elysées, ha avuto la sensazione che la sua anima lo abbandonasse per dissolversi nell’aria. Si sentiva come un fantasma senza carne né ossa, che brancolava fra i passanti trasformati in ombre.
 
Gli occhi e la testa gli dolevano e aveva le palpitazioni, ma continuava a viaggiare. L’estate successiva, nell’agosto del 1886, è andato in Inghilterra, per partecipare alla festa del barone Rothschild nel castello di Waddesdon, nello Hampshire. L’idea di incontrare i membri dell’aristocrazia inglese lo emozionava. Ha anche raggiunto Oxford a bordo di un battello a vapore sul Tamigi. Purtroppo il tempo era brutto, pioveva e faceva freddo e lui ha deciso di rientrare in anticipo a Parigi. Si è quindi congedato dalla baronessa Rothchild, esprimendole il desiderio di poterla rivedere nella capitale francese.
 
Il 13 ottobre Maupassant ha acquistato una nuova barca a vela, un cutter di  nove tonnellate di stazza, che ha battezzato Bel Ami. Era felice di essere di nuovo in Costa Azzurra, dove  i giardini erano in fiore, le serate erano dolci e le notti profumate. Si è installato allo Chalet des Alpes, da cui godeva di una vista impareggiabile sulla promenade des Anglais, sulla baia degli Angeli, sul golfo Juan, sulle isole di Lerins e, dalla parte della terraferma, sulla catena delle Alpi. Il maggiordomo François, diventato suo angelo custode, si augurava che quei luoghi meravigliosi e quella natura così bella lo aiutassero a migliorare l’umore e a trovare l’ispirazione… Lo scrittore si alzava alle 8, faceva una breve passeggiata, lavorava fino alle 11, faceva una doccia e pranzava. Nel primo pomeriggio si addentrava nella foresta di Vallauris. Ma, contrariamente a quello che si augurava François, l’abitare in un paradiso non lo aiutava a non avere l’inferno dentro di sé. Il naufragio nella follia, che colpiva il protagonista del suo racconto Horla, investiva anche lui e lo portava a vedere un estraneo riflesso nello specchio quando vi si contemplava. E quell’estraneo si impossessava di lui, lo vampirizzava e lo fagocitava.
 
Solo quando era al timone del Bel Ami era sereno. Provava una soddisfazione animale, si ubriacava di sole, amava la compagnia dei due marinai che aveva ingaggiato. Si divertiva a vederli darsi da fare con le manovre, bordeggiare contro vento, mettersi in panna, orzare... Spiegava a François il motivo per cui non amava la vita di società, le conversazioni che vi si ascoltavano, in particolare quelle delle donne, frivole e superficiali. I loro contenuti sembravano fatti con lo stesso stampo. Tuttavia, una donna con uno spirito diverso dalle altre c’era ed era Geneviève Bizet, vedova del compositore e sposata con il giudice Straus. La invitava sulla sua barca e lei accettava, ma per prudenza veniva sempre accompagnata da un’amica. Quando non navigava, Maupassant lavorava, fissava sulla carta pensieri e sentimenti. “Vivo in una solitudine assoluta – ha scritto in una lettera - lavoro e navigo, ecco tutta la mia vita. Non vedo nessuno, né di giorno né di sera. Sono in un bagno di riposo, di silenzio, un bagno di addio….”
 
Nel febbraio del 1887 a Parigi è uscito Mont-Oriol. Maupassant si trovava ad Antibes e, la mattina del 23, è stato svegliato da una forte scossa di terremoto. Si è precipitato alla casa dove viveva la madre e, quando ha visto che lei non era in giardino come gli altri, si è preoccupato molto. Finalmente è apparsa e gli ha spiegato che alla sua età non era più in grado di fare le cose in fretta.
All’inizio di aprile lo scrittore è andato ad Étretat, ma verso la fine del mese è tornato a Cannes a vedere come procedevano i lavori di risistemazione della casa dopo i danni causati dal terremoto. Poi è tornato a Parigi per sollecitare l’editore Havard a dargli i soldi che gli spettavano. Nella capitale faceva freddo, ma lui passava  le giornate nella serra, molto più calda dell’appartamento attiguo.   
 
Il 17 maggio è uscita una nuova versione di Le Horla. Poiché avevano dato questo nome a una mongolfiera, lo scrittore ha partecipato a un viaggio su di essa. Il pallone aerostatico era partito da Bruges e Maupassant non ha gradito affatto l’esperienza perché lassù in quota ha patito molto freddo. È tornato a Étretat in treno, in tempo per vedere le ortensie in piena fioritura. Nel giardino, a far compagnia alle due gatte, c’erano otto tartarughe. Lui passeggiava in mezzo ai frassini del viale e si sforzava di mangiare i tanto detestati spinaci, cucinatigli da François. Era ormai settembre e l’estate volgeva al termine, ma il bel tempo continuava. I villeggianti facevano il bagno nelle acque della Manica e giocavano a tennis sull’erba. Maupassant preferiva andare a caccia e invitare gli amici a mangiare la selvaggina cucinata da François.
Verso la fine del 1887 è andato a Tunisi e vi si è fermato fino ai primi di gennaio. Quando è sbarcato a Marsiglia è andato, come d’abitudine, all’hotel de Noailles e si è fatto dare la solita stanza, con la magnifica vista sulla Cannebière.
 
Nel gennaio del 1888 è uscito Pierre et Jean. Maupassant temeva che sarebbe stato un insuccesso, perché  era una storia molto crudele. A Parigi lo scrittore si curava con i bagni di vapore, ma il suo spirito nomade stava di nuovo prendendo il sopravvento. Pensava a un altro viaggio verso sud da fare in autunno. La scelta è caduta su Algeri, dove è sbarcato insieme a François il 5 ottobre, dopo una piacevole traversata. È sceso al Grand Hôtel de l’Oasis, che si affacciava sul porto. In mezzo a quelle case bianche, lambite dal mare turchese, si sentiva a suo agio. Lavorava in due stanze piene di luce ma anche piene di zanzare. Comprava l’acqua da un porteur d’eau con un occhio solo. Ogni tanto prendeva il treno delle 5.45 verso il capo Marifou, per assistere al sorgere del sole. “Non esistono parole per tradurre una cosa bella al punto da superarle tutte. Talmente splendida e straordinaria da non riuscire a descrivere l’emozione che ti invade, a renderne la magia… Questo mare! Questo cielo! Non ho mai visto niente di così avvincente, niente che mi commuova così profondamente!” ha scritto. Purtroppo, però, la sua salute era sempre più precaria, lo stomaco era in disordine, gli occhi rifiutavano di servirlo, la testa, dove non si agitava alcuna idea, era soltanto una “scatola per emicranie”.
 
Dopo aver comprato un fucile a percussione, andava a cacciare la pantera nella foresta di Tenuet-el-ad, nel massiccio montagnoso di Ouarsenis. Purtroppo l’arma era difettosa e quindi lui si limitava a portarla a tracolla nelle sue escursioni. Ogni giorno percorreva cinque o sei chilometri in mezzo alle piante di alloro dai fiori rosa, poi si recava all’hammam per rilassarsi. Scopriva gli orridi noti  solo agli arabi, somiglianti a quelli illustrati sul Journal des voyages . “Bevo l’aria che viene dal deserto e divoro la solitudine - ha scritto - è bello e triste. ” La notte si fermava in alloggi di fortuna e in caravanserragli, tracannava un po’ di brodaglia per cena, poi si ritirava nella sua stanza e si lasciava travolgere dalla malinconia. Sentiva sul cuore il peso della distanza che lo separava dalle persone che conosceva e che amava.”  “Si udivano lontani gli uggiolii degli sciacalli, i latrati dei cani, i versi delle iene sotto un cielo dalle innumerevoli ed enormi stelle. Quei suoni così lugubri davano una sensazione di solitudine definitiva, di un ritorno impossibile tanto da averne freddo alle ossa.” Ma  era impossibile sfuggire a quella sensazione, sia che si fosse sulla costa normanna o sulla Costa Azzurra, sulle sponde della Senna o nel deserto, essa faceva parte della condizione umana, una condizione senza via d’uscita. Al sud Maupassant si sentiva più vivo e di conseguenza mortale, soggetto a finire, a perire. “Quando si leva il sole, io riparto sui sentieri con uno slancio da bestia libera, e provo delle gioie brevi, semplici e sensuali, delle gioie da bruto rozzo che sente e non pensa, che vede senza guardare, che assapora l’aria e la luce...” In questa situazione, nella lotta fra la natura e la cultura, vinceva la natura. Si sentiva un individuo pieno di nervi, scosso dalle sensazioni come da un terremoto, ubriaco della luce e delle stelle… Ma il dovere lo chiamava a Parigi.
 
È tornato ad Algeri a novembre e ha preso subito un treno per Tunisi. Qui il clima era più umido ma anche meno opprimente. Il treno era molto lento, si fermava a tutte le stazioni, ma attraversava delle vallate meravigliose piene di eucalipti. Lo scrittore si lasciava andare all’entusiasmo, raccontava a François come fosse stato difficile per lui arrivare ad avere l’occhio esercitato, capace di distinguere i dettagli importanti di un paesaggio da inserire in una storia. Arrivato a Tunisi, ha visitato le terme romane di Hammam Lif, talmente tetre e rovinate da dargli l’impressione di stare in una tomba. Lui preferiva di gran lunga stare all’aperto, sotto all’immensità del cielo color blu cobalto e nel paesaggio incantevole. Quando il direttore della banca di Tunisi gli ha offerto un passaggio a Kairouan sul suo landò, lo scrittore  ha accettato volentieri. Una volta giunto a destinazione, ha visitato la grande moschea, i cimiteri bianchi e i villaggi spazzati dal vento che sollevava la sabbia. Quando è tornato a Tunisi ha fatto portare una stufa nel suo appartamento di avenue de la Marine e si è messo al lavoro. Di notte osservava il cielo trapuntato di stelle e ascoltava il borbottio della stufa, di giorno esplorava i dintorni. È andato a Cartagine con François. Ma nell’area archeologica c’erano solo dei muri crollati e delle pietre accatastate disordinatamente in mezzo all’erba.  Salammbô, la protagonista del romanzo di Flaubert, non abitava più lì, rifletteva lo scrittore. Guardava in silenzio quella capitale del nulla e gli sembrava di sentire nell’aria i profumi dei limoni e dei cipressi, ma era un’illusione…
 
È rientrato in Francia il 27 gennaio del 1889 per accompagnare lungo la costa della Provenza l’illustratore del suo libro Sur l’eau Terminato questo impegno, è tornato a Cannes, dove c’era anche la madre e dove ha ospitato Claude Monet sul Bel Ami.  Il pittore non era abituato ai colori forti del Mediterraneo e ne era stordito. Insieme hanno anche partecipato alla battaglia dei fiori sulla Croisette a Nizza. Poi, nel suo appartamento inondato di luce, alle cui pareti erano appese alcune tele raffiguranti Genova, ha cominciato a scrivere la pièce teatrale Madame Thomassin. Quando saliva sul suo yacht, la madre Laura lo guardava prendere il largo, ma preferiva restare prudentemente a terra e non seguirlo.
Tornato a Parigi, il suo appartamento scuro e pieno di oggetti e di statue acquistati in giro per il mondo, gli sembrava un sepolcro, chiuso dalla vecchia porta che un tempo faceva parte dell’harem del Grand Turc.
 
Maupassant amava le feste semplici, con persone del popolo, i pranzi all’aperto all’ombra degli alberi, con intorno tanti giovani allegri. Vi si sentiva più libero che non alle feste mondane. Ogni tanto però gli piaceva organizzare delle feste grandiose, in cui dava sfogo alla sua immaginazione. Il 18 agosto del 1889 ne ha organizzata una a Étretat. Ha fatto costruire delle capanne, dentro alle quali ha sistemato dei tessuti scuri e delle lanterne che creavano un’atmosfera macabra e misteriosa. In fondo a una galleria verde creata dalle fronde degli alberi ha fatto sistemare un trompe l’oeil che raffigurava la scena di un crimine. Per renderla più realistica ha fatto spruzzare ovunque dal sangue di pollo. C’erano delle taniche di benzina, dei costumi da vigili del fuoco e delle pompe per l’acqua. Quando tutto è stato pronto un lussuoso yacht a vapore si è avvicinato a riva. Dalla scaletta, sono scese delle bellissime donne eleganti che hanno preso posto sulle scialuppe per sbarcare a terra. Tutte le stanze degli hotel dei dintorni erano state prenotate, dato che il numero degli ospiti arrivava a duecento. Il garden party è iniziato con le danze ed è continuato con lo spettacolo teatrale, che  prevedeva che il colpevole del crimine raffigurato sulla tela fosse arrestato e messo in prigione in una delle capanne. Questa sarebbe poi stata incendiata  e gli invitati vestiti da pompiere avrebbero spento le fiamme. Per le signore più tranquille c’era il gioco della tombola, in cui si vincevano dei polli e dei conigli vivi. Dopo la cena, Jules Massenet ha suonato il piano e cantato delle arie da lui composte.     
 
La salute di Maupassant continuava a degradarsi e la sua crociera lungo le coste italiane e del Nord Africa a bordo del suo yacht Bel-Ami sarebbe stata l’ultima. Il racconto dei luoghi visitati è raccolto nel libro dal titolo La vie errante Al ritorno, ha lasciato il suo appartamento parigino per trasferirsi a Poissy, sulle rive della Senna. Soffriva di emicrania, curata con l’antipirina, che aumentava la sensazione di freddo.   
Anche ad Étretat aveva freddo, era una primavera rigida e piovosa. In una lettera a un’amica ha scritto che viveva sotto a continui temporali.”La pioggia e il vento ci inzuppano e ci scuotono e devo tenere il fuoco acceso dalla mattina alla sera. Non fosse che sono a casa mia fuggirei lontano da qui. Le giornate sono monotone e penso spesso alle allegre serate a Parigi…“. Tuttavia rimane in quella “orribile Siberia” per tutta l’estate. Ma il paradiso della sua infanzia si era trasformato in un inferno. Osservava le coppie camminare sui ciottoli della spiaggia e si annoiava. Ha deciso allora di vendere la casa, non ci voleva più tornare. È andato a cercare la salute in riva al lago di Bourget, in Savoia, e a Aix-les-Bains. Qui aveva ritrovato il sole e nell’appartamento a due passi dallo stabilimento termale che aveva affittato, si trovava molto bene. Ma, malgrado le cure, la sua emicrania non passava. E, vanitoso com’era, per salvare i capelli che cominciavano a cadere, ogni sera vi applicava del catrame di carbone e della schiuma di saponina.

Poi, ha deciso ancora una volta di partire. All’inizio di novembre si è imbarcato per Algeri, dove ha preso casa al numero 5 di rue Ledru-Rollin. Continuava a soffrire di emicrania ma il sole gli rendeva più sopportabile il dolore. Passeggiava, entrava nelle moschee “da buon musulmano” e, in quei silenziosi asili di preghiera, scriveva. Di notte vagabondava nel labirinto di vicoli su cui si affacciavano delle case da Mille e Una Notte. Vedeva passare delle silhouette fugaci e silenziose, vestite di bianco, “simili ai personaggi di un racconto”. Dormiva male, ma in Africa si sentiva più vivo. Da Algeri ha inviato delle cronache al Gil Blas, poi è ripartito per Tunisi, dove ha continuato a lavorare al libro Fort comme la mort. A gennaio è tornato a Cannes, dove c’era la madre, dimagrito e abbronzato. A bordo del suo yacht affrontava il mare agitato, tenendo ben salda la barra del timone. Non amava molto la gente che era lì a svernare. Quando è tornato a Parigi, aveva con sé degli oggetti acquistati in Africa, fra cui degli orecchini tradizionali e il calamaio di un uomo di legge da regalare a Geneviève Straus e al marito.


     




L’Esposizione universale che si teneva a Parigi nel 1889 gli rendeva la città ancora più detestabile. La Tour Eiffel gli dava sempre più sui nervi. “Questa fiera è diventata il delirio di tutti i parigini. Finalmente hanno di che passare il tempo e lo passano andando a vedere tutte quelle cose per poi raccontarsele.” Era come rivivere il 14 luglio tutti i giorni – diceva – e sei mesi di 14 luglio erano troppi. E mentre i visitatori invadevano la capitale e occupavano tutti i ristoranti, lui rimaneva nel suo appartamento a correggere le bozze di Fort comme la mort. Quando aveva difficoltà a trovare una parola o una frase ricorreva a un rituale: faceva cento passi dentro l’appartamento e di solito il termine cercato gli tornava in mente. Gli occhi lo costringevano al riposo per intere giornate, lo stomaco gli faceva male e prendeva l’etere per calmare il dolore. Il romanzo appena uscito aveva diviso la critica, ma lui era ormai uno scrittore di successo e non mancavano i lettori. Tuttavia lui era tutt’altro che felice, era sempre più inquieto e insofferente ai rumori e la luce gli feriva gli occhi.
 
Quando non ne poteva più, andava come al solito a Poissy, all’hotel-ristorante L’Esturgeon. Passeggiava lungo i sentieri che scendevano verso la Senna e ogni tanto andava a Triel, vicino a Médan, nella lussuosa Villa Stieldorff a prendere il tè. In questo edificio, che sorgeva su di una terrazza a strapiombo sul fiume, soggiornava anche Zola. Mentre era in Sicilia Maupassant aveva letto Germinal e ne aveva scritto gli elogi all’autore, dicendogli che lo considerava il suo libro più bello, un vero capolavoro. Ma, di persona, i due scrittori non avevano molto da dirsi. Maupassant tuttavia era contento di trovarsi lontano da quella “grande salope” dell’Esposizione universale, che sfigurava la città. A Triel la vista sul fiume e sulle foreste era impagabile, le rose e le fragole del giardino dell’hotel profumavano l’atmosfera, e Maupassant era inebriato da quella “gourmandise” di profumi che si spandeva nell’aria e che lui avrebbe voluto mangiare... Maupassant beveva l’acqua della fonte di Saint-Galmier, andava al ristorante a mangiare il dolce di riso, di cui era goloso. Faceva il bagno, scorrazzava nel bosco provando “una gioia animale”, poi si stendeva sulla sedia a sdraio, con le narici frementi, a riempirsi gli occhi del colore degli alberi e del luccichio dell’acqua.


 
Purtroppo, nel 1891 la sua salute mentale e fisica hanno avuto un tracollo definitivo. Febbri, dolori di ogni genere, paralisi transitorie, ma anche amnesie, allucinazioni, difficoltà di ragionamento. Nessuna cura era ormai più in grado di dare sollievo al suo corpo, preda delle più vive sofferenze. Dopo aver redatto un testamento nel quale lasciava in eredità i suoi beni alla figlia del fratello, il 2 gennaio del 1892 ha tentato il suicidio. Poiché delirava e aveva forti crisi epilettiche, è stato internato nella casa di cura del dottor Blanche, a Passy, da dove non è più uscito. Vi è morto il 6 luglio del 1893, dopo essere stato in coma per una settimana. È stato sepolto nel cimitero di Montparnasse.
 

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     




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