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Tunisi
 
Prima di arrivare a Tunisi, la ferrovia attraversa un incantevole paesaggio di montagne boscose. Dopo essere salita, disegnando infiniti serpeggiamenti, fino a un’altitudine di 780 metri, da dove si domina un paesaggio splendido e vasto, essa entra in Tunisia attraverso la Krumiria.
E’ un susseguirsi di monti e di valli deserte, dove un tempo sorgevano città romane. Si vedono dapprima i resti di Tagaste dove nacque S. Agostino, il cui padre era decurione. Più lontano c’è Thubursicum H/Numidarum, le cui rovine coprono una fila di colline rotonde e verdeggianti. Più lontano ancora, c’è Madaura, dove nacque Apuleio alla fine del regno di Traiano. E’ impossibile elencare tutte le città morte accanto alle quali si passa prima di arrivare a Tunisi.
All’improvviso, dopo molte ore di strada, si scorgono nella pianura le alte arcate di un acquedotto per metà distrutto, in alcuni punti interrotto, che un tempo andava da una montagna all’altra.

E’ l’acquedotto di Cartagine di cui parla Flaubert in Salambo. Dopo aver costeggiato un bel villaggio ed aggirato un lago scintillante, si scorgono le mura di Tunisi.
Eccoci arrivati in città.
Per vederla bene nel suo insieme, bisogna salire su una collina vicina. Gli Arabi paragonano Tunisi a un burnus disteso e questo paragone è giusto. La città si stende nella pianura leggermente ondulata e i rilievi fanno sporgere qua e là i bordi della grande macchia di case dai colori tenui, su cui si elevano le cupole delle moschee e i campanili dei minareti.  
La chiazza bianca è così compatta, continua e strisciante che le case si distinguono appena o, meglio, si immagina che là ci siano delle case. I tre laghi intorno brillano come lastre d’acciaio sotto il sole feroce d’Oriente. Lontano, a nord c’è il Sebkra-er- Bouan; ad ovest, si intravede al di sopra della città il Sebkra- Seldjoum; a sud, c’è il grande lago Dahira o lago di Tunisi. Risalendo verso nord, si vede il mare, il suo golfo profondo che somiglia anch’esso a un lago, il cui contorno è lontano dalle montagne.

Dappertutto, attorno a questa città piatta, vi sono delle paludi fangose dove fermentano mucchi di spazzatura, che formano una cintura inimmaginabile di cloache in putrefazione, di campi nudi e bassi dove si vedono brillare, come delle bisce, dei corsi d’acqua sottili e tortuosi. Sono le fogne di Tunisi che scorrono senza sosta sotto il cielo blu e che avvelenano l’aria, trascinando i loro flutti lenti e nauseabondi, attraverso terre impregnate di marciume, verso il lago che hanno finito per riempire in tutta la sua distesa, come rivela la sonda che scende nel fango fino a 18 metri di profondità. Per permettere il transito ai piccoli battelli, devono mantenere aperto un canale in questo fango. La vista della città distesa fra i laghi e immersa in un paesaggio chiuso in lontananza dalle montagne, di cui Zagh’ouan, la più alta, d’inverno appare quasi sempre coperta di nubi, è forse la più sorprendente ed avvincente che si possa trovare sulla costa del continente africano.

Scendiamo dalla collina ed entriamo in città. Essa ha tre parti ben distinte: la parte francese, la parte araba e la parte ebraica.
In verità, Tunisi non è una città francese né una città araba, ma una città ebraica. E’ uno dei pochi posti al mondo dove gli ebrei sembrano a casa loro, nella loro patria, dove sono visibilmente padroni e dove mostrano una sicurezza tranquilla anche se ancora un po’ timorosa.
In questo labirinto di stradine strette dove circola, si agita, pullula la popolazione più colorata, eterogenea, sfavillante, decorativa e drappeggiata di sete di tutta la costa orientale, è interessante osservare soprattutto loro.

Dove siamo? In un paese arabo o nella scintillante capitale di Arlecchino, un Arlecchino artista, amico dei pittori e colorista inimitabile, che si è divertito a travestire il suo popolo con una fantasia strabiliante? Questo costumista divino deve essere passato da Londra, Parigi e San Pietroburgo poi, ritornato pieno di disprezzo dai paesi del Nord, ha dipinto i suoi soggetti a colori vivaci, con un gusto infallibile e un’immaginazione illimitata. Egli non solo ha dato forme graziose, originali e gaie ai loro abiti, ma per le sfumature ha impiegato tutte le tinte create, composte, sognate dai più delicati acquarellisti.
Egli ha permesso i toni violenti soltanto agli ebrei, ma ha proibito loro gli accostamenti troppo vistosi e ha regolato il fulgore dei loro costumi con un’arditezza prudente. Si è divertito a vestire i prediletti Mori, tranquilli mercanti accosciati nel suk, agili giovani o grossi borghesi vaganti nelle piccole strade a passi lenti, con una tale varietà di colori, che l’occhio, nel vederli, si inebria come un tordo con l’uva. Per questi buoni Orientali, questi Levantini meticci di Turchi e di Arabi ha fatto una collezione di sfumature così delicate, dolci, calme, tenui, ed armoniose che una passeggiata in mezzo ad esse è una lunga carezza per lo sguardo.

Ecco dei burnus di cachemire ondeggianti come fiotti di luce, poi degli stracci splendidi e miseri, delle lunghe tuniche di seta ricadenti sulle ginocchia,  dei teneri gilet indossati sulla pelle sotto a camicie dai piccoli bottoni allineati lungo i bordi.
E le tuniche, le camicie, i gilet, gli haiks si accavallano, si mescolano, si sovrappongono in una combinazione di colorazioni rosa, azzurrine, malva, verde acqua, blu pervinca, foglia secca, salmone, arancione, lilla chiaro, vinaccia e grigio ardesia.
E’ una sfilata fiabesca, con tinte che vanno dalle più smorzate alle più accese, immerse in una corrente di note discrete per cui nulla è duro, chiassoso, violento in questi corridoi di luce, di strade che girano senza fine fra le case basse, dipinte a calce.

I passaggi stretti sono continuamente ostruiti da creature obese, che ad ogni ondeggiamento della camminata sembrano toccare i due muri con i fianchi e le spalle. Sulla testa portano una cuffia appuntita di color oro o argento, una specie di berretto da mago dal quale ricade all’indietro una sciarpa. Sul loro corpo mostruoso, massa di carne gonfia in movimento, ondeggiano delle bluse di colore vivo. Le loro cosce informi sono imprigionate dentro a mutande bianche incollate sulla pelle. I loro polpacci e le loro caviglie appesantiti dal  grasso gonfiano le calze, delle specie di guaine in tessuto d’oro e d’argento che portano quando sono intoelettate. Camminano a piccoli passi pesanti, trascinando le scarpette che coprono solo metà del piede  e lasciano scoperti i  talloni, che battono il selciato. Queste creature strane e gonfie sono le ebree, le belle ebree!

Quando si avvicina l’età del matrimonio, l’età in cui gli uomini ricchi le cercano, le ragazzine d’Israele sognano di ingrassare, perché più una donna è grassa, più fa onore a suo marito e più occasioni ha di scegliere lo sposo a suo piacimento. A quattordici o quindici anni queste ragazzine sono snelle e leggere, delle meraviglie di beltà, di finezza e di grazia.
Il loro colorito pallido, un po’ malaticcio, di una delicatezza luminosa, i loro tratti fini e dolci di una razza antica e affaticata, il cui sangue non fu mai ringiovanito, i loro occhi scuri sotto alla fronte chiara, schiacciata dalla massa nera, folta, pesante dei capelli arruffati, la loro agile andatura mentre corrono da una porta all’altra, riempiono il quartiere ebraico di Tunisi della visione prolungata di piccole conturbanti Salomè.

Poi esse sognano lo sposo e cominciano l’incredibile ingrassamento che farà di loro dei mostri. Immobili, dopo aver preso ogni mattina una pallottolina d’erbe per stimolare l’appetito, passano giornate intere a mangiare delle paste pesanti, che le gonfiano in modo inverosimile. I seni aumentano di volume, il ventre si dilata, le spalle si arrotondano, le cosce si scostano a causa del gonfiore, i polsi e le caviglie scompaiono sotto a uno spesso cumulo di carne. E gli amanti accorrono, le giudicano, le confrontano, le ammirano come in un concorso di animali grassi. Come sono belle, desiderabili, affascinanti, queste enormi ragazze da marito!

Allora si vedono passare questi esseri prodigiosi, con la testa coperta da un cono aguzzo chiamato koufia, da cui pende sulla schiena il bechkir, vestiti con una camiza svolazzante, in semplice tela o in seta sgargiante, con calzamaglie ora bianche ora minuziosamente lavorate e con ciabatte dette “saba”; esseri indicibilmente sorprendenti, con un corpo da ippopotamo e un viso che spesso rimane grazioso.
Il sabato, giorno sacro di visite e di gala, le si trova nelle loro case aperte a ricevere le amiche nelle camere bianche, sedute vicine come degli idoli simbolici, coperte di tessuti di seta e di orpelli luccicanti, dee di carne e di metallo, con delle ghette d’oro alle gambe e un cappuccio d’oro in testa!

La fortuna di Tunisi è nelle loro mani o, meglio, nelle mani dei loro mariti sempre sorridenti, accoglienti e pronti ad offrire i loro servizi. In pochi anni, senza dubbio, divenute delle signore europee si vestiranno alla francese e, per obbedire alla moda, digiuneranno per dimagrire. Sarà molto meglio per loro e molto peggio per noi spettatori.
Nella città araba, la parte più interessante è il quartiere del suk, formato da lunghe strade con le volte o coperte di assi, attraverso le quali il sole fa scivolare delle lame di fuoco, che sembrano tagliare i passanti e i mercanti. Nelle gallerie dei bazar, i bottegai sono seduti o accosciati in mezzo alle loro mercanzie, dentro a piccole botteghe coperte e chiamano con energia i loro clienti oppure stanno immobili nelle nicchie di tappeti, di stoffe multicolori, di pelli, di briglie, di selle, di finimenti ricamati d’oro o tra filze gialle e rosse di babbucce.

Ogni corporazione ha la sua strada e lungo la galleria si vedono i lavoratori  che fanno lo stesso mestiere impegnati negli stessi gesti, separati soltanto da un tramezzo. E’ impossibile descrivere l’animazione, i colori, la gaiezza di questi mercati orientali senza parlare anche dell’effetto di stordimento dato dal rumore e dal movimento incessante.
Uno di questi suk ha un carattere così bizzarro da lasciare un ricordo singolare e persistente come un sogno. E’ il suk dei profumi.

Dentro a capanne strette e uguali, così anguste da far pensare alle celle di un alveare, allineate sui due lati di una galleria un po’ scura, degli uomini dal colorito diafano, quasi tutti giovani, coperti di vestiti chiari, sono seduti con sorprendente rigidità come dei budda, in una cornice di lunghi ceri sospesi, che formano intorno alla loro testa e alle loro spalle un disegno mistico e regolare.

I ceri in alto, più corti, si arrotondano sul loro turbante; altri, più lunghi, gli arrivano alle spalle; quelli grandi ricadono sulle loro braccia. Tuttavia, la forma simmetrica di questa strana decorazione varia un poco da bottega a bottega. I venditori, pallidi, senza gesti, senza parole, sembrano anch’essi uomini di cera in una cappella di cera. Attorno alle loro ginocchia e ai loro piedi, a portata di mano se si presenta un acquirente, vi sono tutti i profumi immaginabili racchiusi dentro a fiale, barattoli e sacchetti.
Da un capo all’altro del suk si avverte un odore d’incenso e di erbe aromatiche, leggermente inebriante.

Alcuni estratti sono venduti a caro prezzo, a gocce, e per contarle l’uomo si serve di un piccolo batuffolo di cotone che toglie dall’orecchio e che rimette a posto subito dopo.
Di sera il quartiere del suk, viene chiuso da porte pesanti, che si trovano all’ingresso delle gallerie, come se fosse una città preziosa racchiusa in un’altra.
Quando si passeggia nelle strade nuove, che terminano in uno dei canali di scolo della palude, si sente all’improvviso una sorta di canto bizzarro ritmato da un rumore sordo. Sembrano colpi di cannone in lontananza, che si interrompono per qualche istante e ricominciano subito dopo. Ci si guarda attorno e si scoprono una decina di teste di negri avvolte in foulard, fazzoletti, turbanti e stracci. Cantano un ritornello arabo e le loro mani, armate di mazzapicchio, battono il suolo in cadenza, schiacciando in fondo a un fosso ciottoli e malta, che formeranno le solide fondamenta di qualche nuova casa edificata su questa melma oleosa.

Il caposquadra di questi spaccapietre, un vecchio negro dal riso scimmiesco,  batte il tempo sul bordo dello scavo. Anche gli altri ridono, continuando la loro bizzarra canzone con la quale scandiscono gli energici colpi. Battono con ardore e ridono con malizia davanti ai passanti, che si fermano e si divertono,  gli Arabi perché capiscono, gli altri perché lo spettacolo è buffo. Di sicuro, però, nessuno si diverte quanto i negri quando il vecchio grida:
“Forza! Picchiamo!”
E tutti rispondono mostrando i loro denti e dando tre colpi di maglio:
“Sulla testa di cane del rumi!”
Poi il negro, mimando il gesto di schiacciare:
“Su! Picchiamo!”
E tutti:
“Sulla testa di cane del giudeo/ dell’ebreo!”
E’ in questo modo che, nel nuovo quartiere di Tunisi, si costruisce la città europea!

Il quartiere nuovo! Quando si pensa che esso è interamente edificato su fango solidificato fatto di tutte le materie immonde di cui si libera la città, ci si chiede come i suoi abitanti non siano stati decimati da tutte le malattie immaginabili, da tutte le febbri e le epidemie di questo mondo. Guardando il lago invaso e riempito dagli scoli urbani, trasformato in nauseabondo immondezzaio, con emanazioni tali che nelle notti calde si ha il voltastomaco per il disgusto, non si capisce come la città vecchia, adagiata vicino a questa cloaca, sopravviva ancora.
Si pensa alle persone febbricitanti viste in certi paesi della Sicilia, della Corsica o dell’Italia, alla popolazione deforme, mostruosa, tremante e col ventre gonfio, avvelenata dai ruscelli cristallini e dai begli stagni limpidi e ci si convince che Tunisi sia un focolaio di pestilenziali infezioni.

E invece no. Tunisi è una città sana, molto sana. L’aria infetta che vi si respira è vivificante e calmante, la più dolce e distensiva per nervi sovraeccitati che io abbia mai respirato. Dopo il dipartimento delle Landes, il più salubre della Francia, Tunisi è il posto meno colpito dalle malattie più comuni nei nostri paesi.
Sembra inverosimile, ma è così. O medici moderni, oracoli grotteschi, professori d’igiene che mandate i vostri ammalati a respirare l’aria pura delle cime o l’aria vivificata dal verde dei grandi boschi, venite a vedere questo letamaio che circonda Tunisi, guardate questa terra, dove non cresce neanche un albero e non c’è nessuna ombra fresca. Fermatevi un anno in questo paese, in questa pianura bassa, torrida sotto il cielo d’estate, palude immensa sotto le piogge invernali, poi entrate negli ospedali. Sono vuoti!

Se consultate le statistiche, verrete a sapere che si muore di quella che è chiamata, forse a torto, la bella morte più che non di malattia. Allora vi chiederete, forse, se non è la scienza moderna che ci avvelena con i suoi progressi, se le fogne nelle cantine e i pozzi neri accanto al vino e all’acqua non siano dei distillatori di morte a domicilio, dei focolai propagatori di epidemie, più attivi dei rivoli d’immondizia che scorrono in pieno sole a Tunisi.
Dovete ammettere che l’aria pura della montagna è meno calmante del soffio bacillifero dei letamai di questa città e che l’umidità delle foreste è più dannosa alla salute e generatrice di febbri dell’umidità delle paludi putrefatte situate a cento leghe di distanza dal più piccolo bosco.

In realtà, la salubrità indiscutibile di Tunisi è stupefacente e può essere attribuita solo alla purezza dell’acqua che si beve in questa città, cosa che dà ragione alle teorie più moderne sul modo in cui si propagano i germi delle infezioni.
L’acqua dello Zagh’ouan, raccolta a ottanta chilometri di distanza da Tunisi, arriva nelle case senza aver avuto il minimo contatto con l’aria e senza aver raccolto, di conseguenza, nessun germe di contagio.
Lo sbalordimento causato in me dalla constatazione di questa salubrità mi indusse a cercare il modo di visitare un ospedale. Il dottore moro che dirige il più importante di Tunisi accettò di farmi visitare il suo.
Dal momento in cui venne aperto il portone che dà su un grande cortile arabo, sovrastato da una galleria con colonne riparate da una terrazza, la mia sorpresa e la mia emozione furono tali che non pensai più al motivo che mi aveva fatto entrare là dentro.

Attorno a me, sui quattro lati del cortile, dentro a celle strette e con le inferriate come prigioni, erano rinchiusi degli uomini che vedendoci si alzarono e  introdussero le facce infossate e livide fra le sbarre di ferro. Uno di loro fece passare la mano fuori dalla gabbia e la agitò, gridando degli insulti. Allora, tutti gli altri si misero di colpo a vociare e a saltellare come bestie nei serragli mentre, nella galleria del primo piano, un Arabo con la barba lunga, la testa coperta da un grosso turbante e il collo cinto da collari di cuoio, che lasciava pendere con noncuranza dalla balaustra un braccio coperto di braccialetti e le dita cariche di anelli, sorrideva udendo quel rumore. Si tratta di un  pazzo tranquillo, lasciato libero, che si crede il re dei re e che regna pacificamente sui matti furiosi rinchiusi di sotto.
Ho voluto passare in rassegna quei dementi spaventosi, ammirevoli nei loro costumi orientali, ma così strani da essere forse più curiosi e meno commoventi dei nostri poveri folli d’Europa.  

Mi permisero di entrare nella cella del primo. Come per la maggior parte dei suoi compagni è stato l’hashish o, meglio, il kif a ridurlo in questo stato. E’ giovanissimo, molto pallido, molto magro, e mi parla guardandomi con occhi fissi, torbidi, enormi. Cosa dice? Mi chiede una pipa per fumare e mi racconta che suo padre lo aspetta.
Di tanto in tanto si solleva, mostrando delle gambe gracili da ragno umano  sotto la tunica/gebba e il burnus, ma il suo guardiano, un gigante nero dalla pelle lucida e dagli occhi bianchi, lo ributta ogni volta sulla stuoia con una pressione sulla spalla, che sembra schiacciare il debole allucinato.

Il suo vicino è una specie di mostro giallo con la bocca contratta in una smorfia, uno spagnolo di Ribera, accovacciato e aggrappato alle sbarre. Anche lui chiede del tabacco o del kif, con una risata continua che suona come una minaccia.
Nello stambugio accanto vi sono due uomini: un altro fumatore di canapa, un Arabo alto, dalle membra vigorose, che ci accoglie con gesti frenetici e il suo compagno, che fissa su di noi degli occhi trasparenti da gatto selvaggio, stando seduto immobile sui talloni. E’ di una bellezza rara e la sua barba nera, corta e riccia, rende attraente il suo colorito livido; il naso è sottile, il viso lungo, elegante, di una distinzione perfetta. E’ uno Mozabita, diventato pazzo dopo aver trovato morto il suo giovane figlio che cercava da due giorni.
Un vecchio ride e ci grida, danzando come un orso:
“Pazzi, pazzi, siamo tutti pazzi, io, tu, il medico, il guardiano, il bey, tutti, tutti pazzi!”
Lo grida in arabo, ma la sua mimica spaventosa e l’indicazione delle sue dita, tese verso di noi,  è chiara e ne cogliamo il senso. Ci indica l’uno dopo l’altro e ride, questo pazzo, sicuro che siamo pazzi anche noi e ripete:
“Sì, sì, tu, tu, tu sei pazzo!”

Ci sembra di sentir penetrare nell’anima un soffio di irragionevolezza, un’emanazione contagiosa e terrificante di questo malefico demente.
Ce ne andiamo, levando gli occhi verso il grande quadrato blu di cielo che aleggia su questo buco di dannati. Allora appare il signore di tutti questi pazzi, l’Arabo dalla lunga barba chino dalla galleria, sorridente, calmo e bello come un re magio, che fa brillare al sole i suoi mille oggetti di rame, di ferro e di bronzo, le chiavi, gli anelli e i chiodi, con cui addobba orgogliosamente la sua monarchia immaginaria.  

Sono ormai quindici anni che questo saggio è qui, a girovagare a passi lenti, con un’andatura calma e maestosa, così maestosa che lo si saluta con rispetto. Con voce da sovrano pronuncia alcune parole, che significano: “ Siate i benvenuti, sono felice di vedervi.” Poi, smette di guardarci.
Da quindici anni quest’uomo non si è coricato. Dorme seduto su di un gradino, al centro della scala di pietra dell’ospedale. Non lo hanno mai visto stendersi.
Adesso non m’importa degli altri malati, peraltro poco numerosi, che si contano nelle grandi sale bianche, dalle cui finestre si vede stendersi la città splendente, sopra la quale sembrano gorgogliare le cupole delle kubba e delle moschee!

Me ne vado turbato da un’emozione confusa, pieno di pietà, forse d’invidia per qualcuno di questi allucinati il cui sogno, trovato un giorno in fondo a una pipa riempita con qualche foglia gialla, è custodito in questa prigione, da loro ignorata.
La sera, un funzionario francese, armato di un potere speciale, mi offrì di farmi entrare in qualche luogo malfamato di piacere arabo, cosa molto difficile per uno straniero.
Dovemmo essere accompagnati da un agente della polizia beilicale senza il quale non si sarebbe aperta alcuna porta, neanche quella del più vile ed equivoco locale indigeno.

La città araba di Algeri è piena di agitazione notturna, a differenza di Tunisi, che, quando viene la sera, è morta. Le piccole vie strette, tortuose, disuguali, sembrano  corridoi d’una città abbandonata in cui ci si è dimenticati, qua e là, di chiudere il gas (delle lampade?).
Siamo giunti molto lontano, in questo labirinto di muri bianchi; ci fanno entrare in casa di ebree che danzano la danza del ventre. Questa danza è brutta, sgraziata, degna d’interesse solo per gli amatori, grazie alla maestria dell’artista. Tre sorelle, tre ragazze ornate con molta cura facevano le loro contorsioni impudiche sotto l’occhio benevolo della loro madre, una palla di grasso con il capo coperto da un cono di carta dorata che, dopo ogni agitazione del ventre delle figlie, mendicava soldi per le spese generali della casa.

Attorno al salone tre porte socchiuse mostravano i letti bassi di tre stanze. Aprii una quarta porta e vidi in un letto una donna coricata, che mi parve bella. La madre, le danzatrici, due domestici negri e un uomo che da dietro a una tenda guardava, inosservato, ondeggiare per noi i fianchi delle sorelle si precipitarono su di me. Ero stato sul punto di entrare nella stanza della sua legittima moglie che era incinta, della nuora e cognata delle donnacce che cercavano invano di mescolarci alla famiglia almeno per una sera. Per farsi perdonare il divieto di entrare, mi mostrarono la primogenita di questa donna, una bambina di tre o quattro anni che accennava già la danza del ventre.
Me ne andai disgustato.

Con infinite precauzioni mi fecero poi entrare nell’alloggio di cortigiane arabe. Fu necessario sorvegliare l’estremità della strada, parlamentare e minacciare, perché se gli indigeni fossero venuti a sapere che un rumi era entrato in casa loro, esse sarebbero state abbandonate, vilipese, rovinate. Vidi delle ragazzone brune, poco belle, dentro a tuguri pieni di armadi a specchio.
Avevamo intenzione di ritornare all’hotel quando il poliziotto indigeno ci propose di condurci in un locale malfamato, un luogo d’amore di cui ci avrebbe fatto aprire la porta d’autorità.
Ed eccoci qui a seguirlo a tentoni per stradine nere indimenticabili, accendendo fiammiferi per non cadere, inciampando nelle buche, urtando con la mano e la spalla i muri, dai quali si sentono uscire di tanto in tanto delle voci, della musica, dei rumori soffocati di festa selvaggia, spaventosi nel loro mistero. Siamo in pieno quartiere del vizio.
Ci fermiamo davanti a una porta e ci nascondiamo a destra e a sinistra, mentre l’agente batte i pugni sull’uscio gridando una frase araba, un ordine.

Una voce flebile, di vecchia, risponde da dietro alla porta. Dalla profondità di questa tana sentiamo provenire dei suoni di strumenti e dei canti striduli di donne arabe. Non vogliono aprirci. L’agente si arrabbia e dalla sua gola escono parole precipitose, rauche e violente. Alla fine, la porta si socchiude, l’uomo la spinge, entra dentro come in una città conquistata e con un bel gesto da vincitore sembra dirci: “Seguiteci.”
Lo seguiamo, scendendo tre gradini che portano in un locale basso dove quattro ragazzi, i piccoli di casa, dormono su dei tappeti lungo i muri. Una vecchia, una di quelle vecchie indigene che sembrano dei fardelli di stracci gialli annodati attorno a qualcosa che si muove e da dove esce una testa inverosimile e tatuata di strega, cerca ancora di impedirci di entrare. Ma la porta è stata richiusa dietro di noi. Entriamo in una sala in cui stanno in piedi alcuni uomini, che non hanno potuto entrare nella successiva. Ascoltano con aria raccolta la musica strana e stridula che si fa là dentro ed ostruiscono l’apertura. L’agente fa scostare gli habitué ed entra per primo. Nella stanza stretta e lunga,  vi sono mucchi di Arabi accovacciati su delle panche disposte lungo i due muri bianchi fino al fondo.

Là, su un grande letto francese che tiene tutta la larghezza del locale, è ammucchiata una piramide d’altri Arabi, accatastati e mescolati in un ammasso di burnus, da cui emergono cinque teste col turbante.
Davanti a loro, ai piedi del letto, su un sedile che sta dietro a un guéridon di mogano carico di bicchieri, di bottiglie di birra, di tazze di caffè e di piccoli cucchiai di stagno, quattro donne sedute cantano una interminabile e trascinante melodia del Sud, che alcuni musicisti ebrei accompagnano sugli strumenti.
Sono adorne come per una fantasmagoria, come le principesse delle Mille e una Notte e una di esse, di quindici anni circa, è di una bellezza così sorprendente, così perfetta e rara, che illumina questo luogo bizzarro, trasformandolo in qualcosa di imprevisto, simbolico e indimenticabile.
I suoi capelli sono trattenuti da una sciarpa d’oro che attraversa la fronte da una tempia all’altra. Sotto a questo nastro diritto e metallico si aprono due occhi enormi, dalla sguardo fisso, insensibile, perso, due occhi lunghi e neri, distanti, separati da un naso da idolo che scende su una piccola bocca da bambina aperta nel canto, la sola cosa animata in questo viso senza sfumature, di una regolarità incredibile, primitiva e superba, fatta di linee così semplici da sembrare le uniche possibili.

In tutti i visi che si incontrano, si ha l’impressione di poter sostituire un tratto, un dettaglio, con un altro preso da un’altra persona. In questa testa di giovane Araba non si potrebbe cambiare nulla, tanto il suo disegno è tipico e perfetto. La fronte liscia, il naso, le guance, di un modellato impercettibile, che terminano nella punta sottile del mento incorniciando, in un ovale squisito di carne leggermente scura, i soli occhi, il solo naso e la sola bocca che possano essere là, rappresentano l’ideale di una concezione di bellezza assoluta da cui il nostro sguardo è rapito e da cui soltanto il nostro sogno può non sentirsi completamente soddisfatto. Accanto a lei, vi è un’altra ragazzina, affascinante ma per nulla eccezionale, una di quelle facce bianche e dolci, la cui carne ha l’aspetto di una pasta fatta con il latte. A far da cornice a queste due stelle, sono sedute altre due donne di tipo bestiale, con la testa corta e gli zigomi sporgenti, due prostitute nomadi, di quegli esseri perduti che le tribù seminano per strada, che poi riprendono e riperdono, per lasciarle indietro, un giorno, a qualche truppa di spahi che le riportano in città.

Cantano battendo sul darbuka con le loro mani arrossate dall’henné e i musicisti ebrei le accompagnano su delle piccole chitarre, dei tamburelli e dei flauti acuti.     
Tutti ascoltano senza parlare né ridere, con una gravità maestosa.
Dove siamo? Nel tempio di qualche religione barbara o in una casa pubblica?
Sì, siamo in una casa pubblica e niente al mondo mi ha dato una sensazione più inattesa, più fresca ed intensa dell’ingresso in questa stanza lunga e bassa dove delle ragazze, adorne, si direbbe, per un culto sacro, attendono il capriccio di uno degli uomini austeri che sembrano mormorare il Corano anche in mezzo alla dissolutezza
Me ne mostrano uno seduto davanti alla sua tazzina di caffè, con gli occhi alzati, pieno di raccoglimento. E’ lui che ha prenotato l’idolo e quasi tutti gli altri sono degli invitati. Offre loro dei rinfreschi, della musica e la vista di questa bella figliola, fino all’ora in cui li pregherà di tornare ciascuno a casa propria ed essi se ne andranno salutandolo con gesti maestosi. E’ bello, quest’uomo di gusto, giovane, alto, con una pelle trasparente da Arabo di città che la barba nera, lucente, setosa e un po’ rada sulle guance rende più chiara.

La musica finisce, noi applaudiamo e tutti gli altri ci imitano. Siamo seduti su degli sgabelli, al centro di una montagna di uomini. All’improvviso, una lunga mano nera mi batte sulla spalla e una voce, una di queste voci strane di indigeno che cerca di parlare francese, mi dice:
“Io, non di qui, Francese come te.”
Mi giro e vedo un gigante in burnus, uno degli Arabi più alti, magri e ossuti che abbia mai incontrato.
“Di dove sei dunque?”gli domandai stupito.
“Dell’Algeria!”
“Ah! Scommetto che sei della Cabilia.”
“Si, signore.”
Rideva, felicissimo che avessi indovinato la sua origine e mostrandomi il suo amico:
“Anche lui.”
“Ah! Bene!”.
Ora c’era una specie di intervallo.

Le donne, a cui nessuno parlava, stavano immobili come statue. Io mi misi a chiacchierare con i miei due vicini d’Algeria, con l’aiuto dell’agente di polizia indigeno.
Venni a sapere che erano pastori, proprietari nei dintorni di Bougie. Nelle pieghe dei loro burnus portavano dei flauti del loro paese, che suonavano la sera, per distrarsi. Senza dubbio desideravano che ammirassimo il loro talento ed essi mi mostrarono due sottili canne forate, due vere canne tagliate da loro stessi ai bordi di un fiume.

Pregai che li lasciassimo suonare e tutti tacquero all’istante con una cortesia perfetta.
Ah! La sorprendente e deliziosa sensazione che scivolò nel mio cuore con le prime note così leggere, così bizzarre, sconosciute e impreviste delle due esili voci di questi piccoli giunchi cresciuti nell’acqua. Erano suoni dolci, spezzati, saltellanti, che volavano e danzavano l’uno dietro l’altro senza raggiungersi, trovarsi, unirsi; un canto che svaniva continuamente e che sempre ricominciava, che passava e ondeggiava attorno a noi come il soffio dell’anima delle foglie, dei boschi, dei ruscelli e del vento, entrata in questa casa pubblica di un sobborgo di Tunisi con questi due pastori delle montagne della Cabilia.


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