La Sicilia - incrocieraconmaupassant

Title
Vai ai contenuti

La Sicilia

In Francia sono tutti convinti che la Sicilia sia un paese selvaggio, difficile e persino pericoloso da visitare.
Di tanto in tanto, un viaggiatore che ha fama di coraggioso, si spinge fino a Palermo e ritorna dicendo che si tratta di una città molto interessante. Ecco tutto. In che cosa Palermo e l’intera Sicilia sono interessanti?
Non lo sappiamo esattamente. Per la verità, è una questione di moda.
Quest’isola, perla del Mediterraneo, non fa parte dei paesi nei quali si è soliti viaggiare, che è di buon gusto conoscere, che fanno parte, come l’Italia, dell’educazione di un gentiluomo.
Tuttavia, vi sono almeno due motivi per cui la Sicilia dovrebbe attirare i viaggiatori ed essi sono le sue bellezze naturali e le sue bellezze artistiche, che sono tanto particolari quanto notevoli. Questa terra, chiamata il granaio d’Italia, è fertile e animata e tanti popoli la invasero e la dominarono. Come una bella ragazza ardentemente vagheggiata, fece combattere e morire molti uomini, che avevano un forte desiderio di possederla. Come la Spagna, è il paese degli aranci, una terra fiorita la cui aria, in primavera, è tutta profumata e che è illuminata, ogni sera, dal mostruoso fanale dell’Etna, il più grande vulcano d’Europa. Ma ciò che fa di lei, innanzitutto, una terra unica al mondo che è necessario visitare, è il fatto di essere, da un capo all’altro, uno strano e divino museo d’architettura.

Oggi l’architettura è morta. Questo secolo, che pure ha ancora il gusto per l’arte, sembra aver perso il dono di creare la bellezza con delle pietre, il misterioso segreto di sedurre attraverso le linee, il senso della grazia nei monumenti. Sembriamo aver perso la facoltà di capire che la proporzione di un muro può dare allo spirito la stessa sensazione di gioia artistica, la stessa emozione segreta e profonda di un capolavoro di Rembrandt, di Velasquez o di Veronese.
La Sicilia ha avuto la fortuna di essere dominata, nel corso dei secoli, da popoli inventivi, venuti dal Nord e dal Sud, che hanno ricoperto il suo territorio di opere molto diverse, nelle quali si mescolano opposte influenze, in modo sorprendente e affascinante. L’arte speciale che qui è nata e che esiste soltanto in questo posto mescola l’influenza araba, predominante, a quella greca e persino egiziana e mitiga la severità dello stile gotico, portato dai Normanni, con quello bizantino, più ornamentale e ricco di decorazioni.    

Ricercare la peculiarità di uno stile in questi eleganti monumenti, scoprendo/ riconoscendo ora il dettaglio di origine egiziana, l’ogiva lanceolata portata dagli Arabi, le volte in rilievo o, meglio, a pinnacolo, che assomigliano alle stalattiti delle grotte marine, ora la decorazione bizantina o i bei fregi gotici fatti costruire, in queste chiese un po’ basse, da principi normanni e che fanno venire in mente le alte cattedrali dei paesi freddi, rappresenta una felicità e un piacere delizioso.    
Dopo aver visto questi monumenti che, pur appartenendo a epoche e stili diversi, hanno lo stesso carattere e la stessa natura, possiamo dire che non sono né gotici né arabi né bizantini ma siciliani. Possiamo affermare che esiste un’arte siciliana, uno stile siciliano ben riconoscibile, che è più affascinante, vario, colorato e pieno d’immaginazione degli altri stili architettonici.
E’ in Sicilia, inoltre, che troviamo gli esempi migliori e più completi dell’architettura greca antica, in un paesaggio di incomparabile bellezza.

La traversata più facile è da Napoli a Palermo. Quando si lascia il battello, si rimane sorpresi dalla vitalità e dal buon umore di questa grande città di 250.000 mila abitanti, piena di botteghe e di rumore, meno agitata di Napoli, ma altrettanto viva. Per prima cosa, ci si ferma a osservare i carretti siciliani. Sono piccole scatole alte e quadrate, appollaiate su ruote gialle e decorate da pitture ingenue e bizzarre, che raffigurano dei fatti particolari o storici, delle avventure di ogni genere, dei combattimenti, degli incontri di re ma che rappresentano, soprattutto, le Crociate e le battaglie di Napoleone I. Un particolare ritaglio di legno e di ferro le sostiene sull’asse e anche i raggi delle ruote sono decorati. L’animale che li tira porta un pompon sulla testa e un altro in mezzo alla schiena ed è bardato in modo colorato e civettuolo, con pezzi di cuoio guarniti di lana rossa e con piccoli sonagli. Questi veicoli dipinti, buffi e originali, circolano per le strade attirando l’occhio e l’attenzione e rappresentano dei rebus che si cerca continuamente di risolvere.
Palermo ha una forma molto particolare. Adagiata in mezzo a un semicerchio di montagne brulle, ha un colore grigio blu con sfumature rosse ed è divisa in quattro parti da due grandi strade diritte, che si incrociano al centro. Da questo crocevia, alla fine di lunghi corridoi di case, si vedono montagne su tre lati, mentre sul quarto c’è il mare, una macchia di un blu crudo, che sembra talmente vicina da dar l’impressione che la città vi sia caduta dentro.  

Il giorno dell’arrivo ero ossessionato da un desiderio particolare. Volevo vedere la cappella Palatina, che mi avevano detto essere la meraviglia delle meraviglie.
La cappella Palatina, la più bella al mondo, il gioiello religioso più sorprendente mai sognato da un uomo ed eseguito da un artista, è incorporata nella pesante costruzione del Palazzo Reale, antica fortezza costruita dai Normanni.
Questa cappella non ha facciata. Si entra nel palazzo, dove si è colpiti in primo luogo dall’eleganza del cortile interno circondato da colonne. Uno scalone sporgente crea una prospettiva di grande effetto. In corrispondenza dell’ingresso, nel muro opposto, vi è una porta che dà sui campi e che apre un orizzonte profondo, proiettando lo spirito dentro a spazi infiniti e a sogni illimitati. Quest’apertura ricurva cattura l’occhio e lo guida verso la cima azzurra di un monte lontano, che si innalza dietro a un’immensa distesa di aranceti.

Appena entrati nella cappella, si rimane colpiti da qualcosa di sorprendente, di cui si subisce la potenza prima ancora di averla capita. La bellezza colorata e tranquilla, penetrante e irresistibile di questo piccolo capolavoro costringe all’immobilità davanti a questi muri coperti d’immensi mosaici su fondo dorato, che emanano un dolce chiarore e che illuminano l’interno d’una luce cupa. Il pensiero si lascia immediatamente trasportare dai paesaggi biblici e divini popolati dalle figure, che si stagliano contro un cielo di fuoco, di coloro la cui vita si intrecciò a quella dell’Uomo Dio.
Il motivo per cui l’impressione prodotta da questi monumenti siciliani è così violenta è che, al primo colpo d’occhio, l’arte della decorazione è più avvincente dell’arte architettonica.
L’armonia di linee e di proporzioni fa da cornice all’armonia di sfumature.
Entrando nelle nostre cattedrali gotiche, si prova una sensazione severa, quasi triste. La loro grandezza è imponente, la loro maestosità colpisce, ma non seduce. Qui si è emozionati, conquistati da qualcosa di sensuale che il colore aggiunge alla bellezza delle forme.

Gli uomini che concepirono e realizzarono queste chiese luminose e, al tempo stesso, buie avevano un’idea ben diversa del sentimento religioso degli architetti delle cattedrali tedesche e francesi. Il loro genio si preoccupò di far entrare, nelle navate meravigliosamente decorate, la luce del giorno in modo che non la si sentisse e non la si vedesse, così che scivolasse sui muri sfiorandoli e producendo effetti misteriosi e affascinanti, che sembrasse uscire dalle stesse pareti e dai loro grandi cieli d’oro pieni di apostoli.    
La cappella Palatina, costruita nel 1132 dal re Ruggero II in stile gotico normanno, è una piccola chiesa a tre navate. Misura soltanto 33 metri di lunghezza e 13 metri di larghezza, per cui è un ninnolo, un gioiello di edificio sacro.
Due file di mirabili colonne di marmo di diverso colore conducono alla cupola, dalla quale ci guarda un Cristo colossale, circondato dagli angeli ad ali spiegate. Il mosaico che si trova in fondo alla cappella laterale di sinistra è un quadro avvincente. Rappresenta san Giovanni che prega predica nel deserto. Lo si direbbe un Puvis de Chavannes più colorato, più potente, più naif, meno ricercato, eseguito da un artista ispirato in tempi di fede violenta. L’apostolo parla ad alcune persone. Dietro di lui, il deserto e sullo sfondo alcune montagne azzurrognole, quelle montagne dai contorni dolci e coperti di foschia che i viaggiatori d’Oriente conoscono bene. Intorno, sopra e dietro il santo un cielo d’oro, un miracoloso empireo dove Dio sembra presente.

Tornando verso l’uscita, ci si ferma sotto al pulpito, un semplice cubo di marmo rosso, circondato da un fregio di marmo bianco incrostato di piccoli mosaici e sorretto da quattro colonne finemente lavorate. E ci si meraviglia di quello può fare il gusto, il gusto puro di un artista, con così poche cose.
L’effetto meraviglioso di queste chiese viene, del resto, dall’accostamento e dal contrasto dei marmi e dei mosaici e in questo sta la loro caratteristica.
La base dei muri è bianca, ornata di piccoli disegni e di fini ricami di pietra e la sua voluta semplicità fa risaltare con forza la ricchezza di colori dei grandi personaggi in alto.
Ma anche in questi ricami minuti, che sembrano dei merletti colorati che corrono lungo il muro in basso, si scoprono cose deliziose, grandi come il fondo della mano: ad esempio due pavoni che portano una croce con i loro becchi incrociati.  

In molte chiese di Palermo si trova lo stesso tipo di decorazioni e i mosaici della Martorana sono, forse, persino più belli di quelli della cappella Palatina ma in nessun altro monumento si può trovare l’insieme meraviglioso che rende unico questo divino capolavoro.
Ritorno lentamente all’Hotel des Palmes, che ha uno dei giardini più belli della città, uno di quei giardini dei paesi caldi, pieni di piante enormi e bizzarre. Un viaggiatore seduto su una panchina mi racconta in pochi minuti le avventure dell’anno per risalire a storie degli anni passati e, nel corso di una frase, dice:
“Era quando Wagner abitava qui.”
Sono sorpreso:
“Come, qui, in questo hotel?”
“Certo. E’ qui che ha scritto le ultime note del Parsifal e che ha corretto le bozze.”

Vengo a sapere che l’illustre maestro tedesco ha passato un intero inverno a Palermo e che ha lasciato questa città solo pochi mesi prima di morire. Come altrove, anche qui egli ha mostrato il suo carattere insopportabile, il suo incredibile orgoglio e ha lasciato dietro di sé il ricordo del più insocievole degli uomini.
Ho voluto vedere l’appartamento occupato da questo musicista geniale, perché mi sembrava che vi avrebbe dovuto lasciare qualcosa di sé, che io avrei ritrovato: un oggetto che amava, una sedia preferita, il tavolo dove lavorava, un segno qualunque che indicasse il suo passaggio, la traccia di una mania, l’impronta di un’abitudine.
Dapprincipio vidi soltanto un bell’appartamento di albergo. Mi indicarono i cambiamenti che vi aveva apportato e mi mostrarono, al centro della stanza, il posto in cui stava il grande divano sul quale egli ammucchiava lucenti tappeti ricamati d’oro.
Aprii la porta dell’armadio a specchio. Ne uscì un profumo forte e delizioso, una carezzevole brezza che sembrava provenire da un roseto.
Il direttore dell’hotel, che mi guidava, mi disse:
“E’ qui che metteva la sua biancheria, dopo averla imbevuta di essenza di rose. Questo profumo non se ne andrà mai più.”

Respiravo l’alito di fiori racchiuso in quel mobile e dimenticato là, prigioniero, e in quel soffio amato mi sembrava di ritrovare qualcosa di Wagner; in quelle piccole abitudini care e segrete, che fanno parte della vita intima di un uomo, scoprivo qualcosa dei suoi desideri e della sua anima.
Uscii a girovagare in città.
Nessuno somiglia meno a un Napoletano di un Siciliano. Nel Napoletano del popolo troviamo sempre tre quarti di Pulcinella. Egli gesticola, si agita, si anima senza ragione, si esprime con i gesti quanto con le parole, mima quello che dice, si mostra amabile per interesse, gentile per astuzia oltre che per natura e risponde con gentilezza ai complimenti sgradevoli.
Nel Siciliano, invece, troviamo molto dell’Arabo. Egli ne ha l’andatura grave, anche se ha la vivacità di spirito degli Italiani. Il suo orgoglio, l’amore per i titoli, la natura della sua fierezza e la sua fisionomia lo avvicinano più a uno Spagnolo che a un Italiano. Ma quello che dà l’impressione dell’Oriente quando si mette piede sull’isola è il timbro della voce, l’intonazione nasale dei venditori ambulanti. Dappertutto si trova la nota acuta dell’arabo, che sembra scendere in gola dalla fronte, mentre al Nord essa sale alla bocca dal petto. E la canzone dolce, monotona e trascinante udita quando si passa davanti a una porta aperta ha lo stesso ritmo e accento di quella cantata dal cavaliere vestito di bianco che guida i viaggiatori attraverso i grandi spazi desolati del deserto.

A teatro, per esempio, il Siciliano ridiventa del tutto Italiano e per noi è curioso assistere a Roma, a Napoli o a Palermo a qualche rappresentazione d’opera.
Il pubblico manifesta violentemente le proprie impressioni non appena le prova. Nervoso all’eccesso, dotato di orecchio delicato e sensibile, straordinariamente amante della musica, la folla diventa una specie di bestia vibrante, che sente e non ragiona. Nel giro di cinque minuti, può applaudire con entusiasmo o fischiare freneticamente lo stesso attore. Batte i piedi per la gioia o per la collera e, se dalla gola del cantante si leva una nota falsa, da tutte le bocche esce uno strano grido, esasperato e acuto. Quando i pareri sono condivisi, gli applausi e gli zitto! si mescolano. Nulla passa inosservato in questa sala attenta e fremente, che manifesta a ogni istante il proprio sentimento e che ogni tanto, quando è afferrata da una collera improvvisa, si mette a urlare, come farebbero le bestie feroci in un serraglio.
In questo momento, Carmen appassiona il popolo siciliano e dalla mattina alla sera si sente canticchiare in strada il famoso “Toreador”.

A Palermo, la strada non ha nulla di particolare. Nei quartieri ricchi, è larga e bella e nei quartieri poveri assomiglia a tutte le strade strette, tortuose e colorate delle città d’Oriente.
Le donne, avvolte in brandelli di stoffa dai colori squillanti, rosso, blu, giallo, chiacchierano davanti alla porta di  casa e ti guardano passare con i loro occhi neri, che brillano sotto alla foresta di capelli scuri.
A volte, davanti al botteghino della lotteria ufficiale, che funziona in permanenza come un servizio religioso e che procura grosse entrate allo Stato, si assiste a una scena tipica e buffa.
Di fronte all’entrata, in una nicchia appesa al muro, c’è una madonna con una lanterna ai suoi piedi. Un uomo esce dal botteghino con in mano un biglietto della lotteria, mette un soldo nella cassetta che apre la sua piccola bocca nera davanti alla statua, poi si segna col cartellino numerato che ha appena raccomandato alla Vergine, accompagnandolo con un’elemosina.

Quando ci si ferma davanti ai venditori di cartoline con vedute della Sicilia, l’occhio cade sulla strana fotografia di un sotterraneo pieno di morti, di scheletri vestiti in modo bizzarro, con la fisionomia contratta in una smorfia, sotto cui c’è scritto: “Cimitero dei Cappuccini.”
Che cos’è? Se lo si chiede a un abitante di Palermo, egli risponde con disgusto: “Non andate a vedere quell’orrore. E’ una cosa selvaggia che non tarderà a sparire. D’altra parte, là dentro non si sotterrano più le persone da anni.”
E’ difficile ottenere informazioni più dettagliate e precise, tanto la maggior parte dei Siciliani sembra provare orrore per queste straordinarie catacombe.
Ecco cosa ho appreso alla fine. La terra sulla quale è costruito il convento dei Cappuccini possiede la singolare proprietà di attivare in fretta la decomposizione della carne morta, così che in un anno non rimane altro sulle ossa che un po’ di pelle incollata, nera e secca, che a volte conserva i peli delle guance e della barba.

Le bare vengono chiuse in piccole tombe laterali, ognuna dei quali contiene otto o dieci defunti e, a fine anno, si apre la bara e si ritira la mummia, barbuta, contorta, che sembra urlare, afflitta da orribili dolori. Poi la si appende in una delle gallerie principali dove la famiglia di tanto in tanto viene a farle visita. Le persone che vogliono essere conservate in questo modo lo chiedono prima di morire. Resteranno allineati per l’eternità sotto a queste volte scure, come gli oggetti conservati nei musei, dietro versamento annuo di una somma da parte della famiglia. Se i congiunti smettono di pagare, il defunto viene seppellito in modo normale.
Ho voluto visitare subito questa sinistra collezione di trapassati.
Alla porta di un piccolo convento dall’aspetto modesto, un vecchio cappuccino vestito di un saio scuro mi riceve e mi precede, senza dire una parola, sapendo già quello che vuole vedere uno straniero che viene fin qui.

Attraversiamo una modesta cappella e scendiamo lentamente lungo un ampio scalone di pietra. Di colpo, vedo davanti a me un’immensa galleria, larga e alta, ai cui muri è appesa una folla di scheletri vestiti in modo bizzarro e grottesco. Alcuni sono sospesi in aria l’uno di fianco all’altro, altri sono distesi su tavolette di pietra sistemate una sull’altra, dal pavimento al soffitto. Una fila compatta, con teste orrende che sembrano parlare, è in piedi per terra. Alcune sono rose da vegetazioni spaventose, che deformano ancora di più le mandibole e le ossa, altre hanno conservato i capelli, altre ancora un pezzo di baffo o un ciuffo di barba.    
Alcune guardano in aria con i loro occhi vuoti, altre in basso; alcune sembrano ridere atrocemente, altre sono contorte dal dolore, tutte sembrano sconvolte per uno spavento sovrumano.
E questi morti, questi poveri morti orrendi e ridicoli sono vestiti dalle loro famiglie, che li hanno tirati fuori dalle bare per fargli prendere posto in questo consesso spaventoso. Hanno quasi tutti una sorta di abito nero e a volte un cappuccio tirato sulla testa. Alcuni sono vestiti in modo più sontuoso. Il loro miserabile scheletro, con un berretto greco ricamato, è avvolto in una veste da camera da ricco benestante. Sembrano dormire in preda a un sonno pauroso e comico.

Su di un cartello da cieco appeso al collo è scritto il loro nome e la data della loro morte. Le date fanno venire i brividi nelle ossa. Si legge: 1880 – 1881 – 1882.
Questo era dunque un uomo appena otto anni fa? Un uomo che viveva, rideva, parlava, mangiava, bevevo, era pieno di gioia e di speranza. Ed eccolo qui! Davanti a queste file di casse e di esseri innominabili, sono accatastate bare di lusso in legno nero, con decorazioni in ottone e con piccoli vetri per vedere dentro. Si direbbe che sono dei bauli, delle valigie di selvaggi acquistate in qualche bazar da quelli che partono per il grande viaggio, come si diceva un tempo.
Altre gallerie si aprono a destra e sinistra, prolungando all’infinito questo immenso cimitero sotterraneo.
Ecco qui le donne, ancora più bizzarre degli uomini, perché sono state vestite con civetteria. Le loro teste ci guardano, chiuse in berretti con merletti e nastri, d’un bianco immacolato attorno a questi visi neri, putrefatti, rosi dallo strano lavorio della terra. Le mani, simili a radici di un albero tagliato, escono dalle maniche del vestito nuovo e le calze che racchiudono le ossa delle gambe sembrano vuote. Qualche volta il morto indossa solo delle scarpe, che sembrano enormi per questi poveri piedi secchi.
Ecco le ragazze, le orrende ragazze, vestite di parure bianche, che portano attorno alla fronte una corona di metallo, simbolo di innocenza. Sembrano delle donne vecchie, molto vecchie, tanto sono raggrinzite. Invece, hanno soltanto sedici, diciotto, vent’anni. Che orrore!

Arriviamo in una galleria piena di piccole bare di vetro – sono i bambini. Le loro ossa, non ancora indurite, non hanno resistito. Non si capisce che cosa si stia guardando, tanto questi miserabili bambini sono deformi, disfatti, raccapriccianti. Vengono le lacrime agli occhi nel vederli con gli abiti che indossavano l’ultimo giorno di vita, con cui le madri, che poi vengono a vederli così, li hanno rivestiti!    
Spesso accanto al cadavere è appesa una fotografia che lo mostra com’era e non vi è nulla di più sorprendente, più terrificante di questo contrasto e delle idee che l’accostamento risveglia in noi.
Attraversiamo una galleria più buia e più bassa, che sembra riservata ai poveri. In un angolo oscuro, ce ne sono una ventina appesi sotto a un abbaino, che getta loro addosso, in modo discontinuo, bruschi soffi d’aria. Sono vestiti di una specie di tela nera, annodata ai piedi e al collo e sono piegati gli uni sugli altri. Si direbbe che tremino, che vogliano salvarsi, che stiano gridando: “Aiuto!” Avvolti nella tela bruna e catramata che i marinai portano nelle tempeste, sembrano l’equipaggio annegato di qualche naviglio ancora battuto dai venti, scossi dal terrore dell’ultimo istante quando il mare li ha afferrati.

Ecco la zona dei preti. Una grande galleria d’onore! A prima vista, così coperti dei paramenti sacri, neri, rossi e viola, sembrano più spaventosi degli altri. Ma considerandoli uno dopo l’altro, si è assaliti da un riso nervoso e irresistibile davanti ai loro atteggiamenti bizzarri e sinistramente comici. Eccone qui che cantano, eccone là che pregano. E’ stata loro sollevata la testa e sono state incrociate le mani. Portano una berretta da officiante che, posata in cima alla fronte scarna ricade su un orecchio in modo scherzoso o penzola fino al naso. E’ il carnevale della morte, che la ricchezza dorata dei costumi sacerdotali rende più burlesco.
Di tanto in tanto, sembra, una testa rotola a terra perché i legamenti del collo sono stati rosicchiati dai topi, che vivono a migliaia in questo carnaio umano.
Mi indicano un uomo morto nel 1882. Era venuto alcuni mesi prima, allegro e in buona salute, a scegliere il suo posto insieme a un amico. “Io sarò là” aveva detto ridendo.
Ora, l’amico torna a trovarlo da solo e resta per ore a guardare lo scheletro immobile, in piedi nel luogo designato.   

In certi giorni di festa, le catacombe dei Cappuccini sono aperte al pubblico. Una volta, un ubriaco si addormentò in questo luogo e si risvegliò a notte alta. Sconvolto dalla paura, cominciò a urlare, chiamare, correre da tutte le parti, cercando di uscire, ma nessuno lo udì. Venne trovato il mattino dopo aggrappato alle sbarre dell’ingresso e furono necessari lunghi sforzi per staccarlo.
Era diventato pazzo.
Da quel giorno, è stata messa una grossa campana vicino all’ingresso.
Dopo questa visita sinistra, provavo il desiderio di vedere dei fiori. Mi feci condurre a villa Tasca i cui giardini, situati in mezzo a un bosco di aranci, sono pieni di stupende piante tropicali.
Tornando verso Palermo osservavo, alla mia sinistra, una piccola città a mezza costa e dei ruderi situati sulla cima di una montagna. La città era Monreale e le rovine Castellaccio che, secondo quanto mi hanno riferito, è stato l’ultimo rifugio dei briganti siciliani.

Il poeta Théodore de Banville ha scritto un trattato di prosodia francese, che dovrebbe essere imparato a memoria da coloro che intendono scrivere versi. Uno dei capitoli di questo libro eccellente è intitolato: “Licenze poetiche”. Quando si gira pagina, si legge:
“Non ve ne sono”.
Allo stesso modo, quando si arriva in Sicilia, si chiede con curiosità e inquietudine: “Dove sono i briganti?” E tutti rispondono: “Non ve ne sono più.”
In effetti, da quattro o cinque anni non ve ne sono più. Essi avevano potuto vivere sulle montagne siciliane grazie alla complicità nascosta di alcuni grossi proprietari, di cui servivano gli interessi ma che, altrettanto spesso, taglieggiavano. Questo fino all’arrivo del generale Pallavicini, che comanda ancora a Palermo e che ha dato loro la caccia con determinazione, facendoli scomparire in poco tempo.
E’ vero che in questi paesi avvengono spesso assassinii e attacchi a mano armata, ma si tratta di crimini comuni, compiuti da malfattori isolati e non da bande organizzate, come accadeva prima.
Per il viaggiatore, insomma, la Sicilia è sicura quanto l’Inghilterra, la Francia, la Germania o l’Italia. Chi desidera delle avventure alla Fra Diavolo deve andarle a cercare altrove.

In realtà, l’uomo è al sicuro quasi dappertutto sulla terra, eccetto che nelle grandi città. Se contiamo i viaggiatori fermati dai banditi e spogliati di tutto nelle contrade selvagge o quelli assassinati dalle tribù erranti del deserto e paragoniamo questi incidenti capitati nei paesi considerati pericolosi con quelli che hanno luogo in un mese a Londra, Parigi o New York, si vede quanto siano innocenti le regioni malfamate.
Morale: se siete alla ricerca di una coltellata o di un arresto, andate a Parigi o a Londra, ma non venite in Sicilia. In questo paese, potete percorrere le strade di giorno e di notte disarmati e senza scorta. Tranne alcuni impiegati delle poste e dei telegrafi, incontrerete soltanto persone piene di benevolenza verso lo straniero. E poi, questo giudizio vale soltanto per quelli di Catania.
Dunque, a mezza costa della pendice montuosa che domina Palermo c’è una piccola città, Monreale, che è celebre per i suoi monumenti antichi. E’ nei dintorni di questa cittadina, appollaiata in alto, che agivano gli ultimi malfattori dell’isola. Ancora oggi vi è l’abitudine di piazzare delle sentinelle lungo la strada che vi conduce. Mi chiedo se con questa misura si vogliono rassicurare o spaventare i viaggiatori: non lo so.

I soldati, posti nelle curve a intervalli regolari, fanno pensare alla leggendaria sentinella che prestava servizio al Ministero della guerra in Francia. Da dieci anni, senza che si sapesse il perché, nel corridoio che portava agli appartamenti del ministro vi era un soldato di guardia, che aveva l’incarico di allontanare i passanti dal muro. Un giorno, un nuovo ministro dallo spirito inquisitivo, succeduto ad altri cinquanta che erano passati davanti alla sentinella senza la minima curiosità, chiese il motivo di quella sorveglianza.
Nessuno fu in grado di dirglielo, né il capo gabinetto né i capi ufficio, incollati da mezzo secolo alle proprie poltrone. Soltanto un usciere, che forse stava scrivendo le sue memorie e per questo conservava i ricordi del passato, rammentò che, un tempo, era stato messo là un soldato perché il muro era stato appena ridipinto e la moglie del ministro, che non era stata avvertita, si era macchiata il vestito. La pittura si era asciugata, ma la sentinella era rimasta. Allo stesso modo, in Sicilia i briganti sono scomparsi ma le sentinelle continuano a stazionare sulla strada per Monreale. La strada gira lungo la montagna e arriva infine alla città, che è molto originale, colorita e sporca.        

Le strade a gradinate sembrano lastricate di denti aguzzi. Gli uomini si avvolgono un fazzoletto rosso attorno alla testa, alla maniera spagnola.
La cattedrale, monumentale, è lunga più di cento metri, a forma di croce latina, ha tre absidi e tre navate, separate da diciotto colonne di granito orientale, con la base di marmo bianco e uno zoccolo quadrato in marmo grigio.
Il portale, veramente pregevole, incornicia delle magnifiche porte di bronzo, eseguite da Bonannus, civis Pisanus.
L’interno di questo monumento mostra la decorazione a mosaico su fondo oro più completa, ricca e avvincente che si possa vedere.
Questi mosaici, i più grandi della Sicilia, coprono interamente i muri della chiesa. Immaginate queste immense, superbe decorazioni raffiguranti, su di una superficie di seimilaquattrocento metri, la storia favolosa del Vecchio Testamento, del Messia e degli Apostoli. Sotto a un cielo d’oro che apre un orizzonte fantastico tutt’intorno alle navate, si vedono staccarsi, più grandi che nella realtà, i profeti che annunciano Dio e la venuta del Cristo, insieme a quelli che vissero accanto a lui.

In fondo al coro, la figura immensa di Gesù, che somiglia a Francesco I, domina tutta la chiesa, sembra riempirla e schiacciarla, tanto la sua immagine è enorme e possente.
Peccato che il soffitto, distrutto da un incendio, sia stato rifatto in modo maldestro.
Il tono chiassoso delle dorature e i colori troppo vivi sono sgradevoli a vedersi.
Vicino alla cattedrale, c’è l’ingresso al vecchio chiostro dei Benedettini.
Chi ama i chiostri vada a passeggiare in questo e dimenticherà quasi tutti quelli visti prima.
Ma come si fa a non amare questi luoghi tranquilli, chiusi e freschi, che sembrano creati per far nascere il pensiero che scaturisce poi, chiaro e profondo, dalle labbra, mentre si cammina a passi lenti sotto il lungo e malinconico portico?.
Sembrano fatti apposta per generare fantasticherie, questi viali di pietra con colonne minute racchiudenti un piccolo giardino che dà riposo allo sguardo senza farlo smarrire, senza provocarlo né distrarlo.
I chiostri del nostro paese, anche i più graziosi, come quello di Saint-Wandrille in Normandia, hanno talvolta una severità monacale un po’ troppo triste. Stringono il cuore ed incupiscono l’anima. Il chiostro desolato della certosa della Verne, sulle selvagge montagne dei Mori, trasmette ai visitatori una sensazione di freddo fino al midollo.

Il meraviglioso chiostro di Monreale, invece, riempie lo spirito di un senso di grazia, che induce a restarvi per sempre. E’ grande e perfettamente quadrato, di un eleganza delicata e graziosa.
Chi non lo ha visto, non può immaginare cosa sia l’armonia di un colonnato: la proporzione assoluta, lo slancio incredibile di tutte quelle colonne leggere, affiancate a due a due e diverse fra loro, alcune ricoperte da un mosaico, altre nude, alcune coperte da sculture di incomparabile finezza, altre ornate di un semplice disegno di pietra che le avvolge salendo come una pianta rampicante stupiscono l’occhio, poi lo affascinano, lo incantano e generano la gioia artistica che le cose di gusto fanno giungere all’anima attraverso gli occhi.
Come queste coppie di colonnine, così anche tutti i capitelli sono diversi e hanno una lavorazione affascinante. Ci si meraviglia, allo stesso tempo, dell’effetto mirabile dell’insieme e della perfezione del dettaglio.
Non si può guardare questo capolavoro di graziosa bellezza senza pensare ai versi di Victor Hugo sull’artista greco che ha saputo mettere:
Quelque chose de beau comme un sourire humain
Sur le profil des Propylées *)
*) Qualcosa di bello come un sorriso umano/ sul profilo dei Propilei.

Questo ambulacro divino, racchiuso da mura alte e molto vecchie, con un portico ogivale è tutto quello che rimane del convento.
La Sicilia è la sola, vera patria del colonnato. I cortili interni dei vecchi palazzi e delle vecchie case di Palermo ne racchiudono di ammirevoli, che sarebbero famosi ovunque fuori di quest’isola così ricca di monumenti.
Il piccolo chiostro della chiesa di San Giovanni degli Eremiti, una delle più antiche chiese normanne di stile orientale, anche se meno notevole di quella di Monreale, è molto superiore a tutto quello di simile che conosco.
Uscendo dal convento, si entra nel giardino, dal quale si domina la vallata piena di aranceti in fiore. Da questa foresta profumata sale un soffio continuo, che inebria lo spirito e turba i sensi. Vi trasporta in pochi secondi in uno stato di benessere della mente e del corpo che è quasi di felicità.
Alzo gli occhi verso la cima della montagna che domina la città e vedo le rovine che avevo visto alla vigilia. Un amico che mi accompagna interroga gli abitanti, i quali rispondono che, in effetti, quel castello è stato l’ultimo rifugio dei briganti siciliani. Oggi quasi nessuno sale fino a questa antica fortezza chiamata Castellaccio. Non se ne conosce neanche il sentiero, dato che è su una cima difficile da raggiungere. Noi vogliamo andarci. Un Palermitano, che fa gli onori di casa, insiste per darci una guida e, non trovandone una che conosca bene il cammino, si rivolge, senza avvertirci, al capo della polizia.

Ci raggiunge un agente, di cui ignoriamo la professione, per inerpicarci insieme su per il pendio.
Lui stesso però esita e, ben presto, al nostro gruppo si aggiunge una nuova guida, un suo compagno. Entrambi chiedono indicazioni ai contadini e alle donne, che passano spingendo un asino davanti a loro.
Alla fine, incontriamo un curato ci consiglia di andare sempre dritto. Ci arrampichiamo, seguiti dalle nostre guide.
Il terreno diventa quasi impraticabile. Bisogna scalare rocce e tirarsi su a forza di braccia per lunghi tratti.
Un sole infuocato, un sole d’Oriente cade a picco sulle nostre teste.
Finalmente, raggiungiamo la vetta, in mezzo a una colossale e sorprendente confusione di pietre enormi, grigie, lisce, rotonde o appuntite, che spuntano dal suolo e imprigionano il castello, selvaggio e diroccato, come uno strano esercito scaglionato su tutti e quattro i lati delle mura, fino in lontananza.

Da quassù, la vista è fra le più incantevoli che si possano incontrare. Attorno al monte si aprono delle valli profonde che racchiudono altri monti, allargandosi in un orizzonte infinito di picchi e di cime verso l’interno della Sicilia. Di fronte a noi, il mare; ai nostri piedi, Palermo. La città è circondata da un bosco d’aranci chiamato Conca d’oro e questo bosco di verzura si stende, come una macchia scura, ai piedi delle montagne grigie e rosse, che sembrano erose e bruciate dal sole, tanto sono nude, colorate e dorate.
Una delle nostre guide è scomparsa. L’altra ci segue fra le rovine, molto vaste e di una bellezza selvaggia. Penetrandovi, ci si accorge che nessuno le visita. Il suolo cavo risuona sotto ai nostri passi e qua e là si vede l’entrata dei sotterranei. L’uomo che ci accompagna le esamina con curiosità e ci dice che, alcuni anni prima, là dentro sono vissuti molti briganti. Era il loro rifugio migliore e anche il più malsicuro. Quando stiamo per ridiscendere, ricompare la prima guida, ma noi rifiutiamo i suoi servizi. Scopriamo senza difficoltà un sentiero facilmente praticabile, che persino una donna potrebbe seguire.
I Siciliani sembrano provare piacere a ingigantire e moltiplicare le storie sui banditi per spaventare gli stranieri che, ancora oggi, esitano a venire in quest’isola, in realtà più tranquilla della Svizzera.
Ecco una delle ultime avventure attribuite ai malviventi vagabondi. Garantisco che è vera.

Un entomologo di Palermo molto conosciuto, il sig. Ragusa, aveva scoperto un coleottero che per lungo tempo era stato confuso con il Polyphylla Olivieri. Uno scienziato tedesco, il sig. Kraatz, riconoscendolo appartenente ad una specie ben distinta, desiderò possederne qualche esemplare e scrisse a uno dei suoi amici in Sicilia, il sig. di Stefani, che si rivolse a sua volta a Giuseppe Miraglia, pregandolo di catturare qualcuno di quegli insetti. Ma essi sembravano essere scomparsi dalla costa. Proprio in quel momento, Lombardo Martorana di Trapani annunciò al di Stefani di aver appena catturato più di cinquanta Polyphylla.
Il di Stefani si affrettò ad avvertire il Miraglia con la seguente lettera:
“Mio caro Giuseppe, il Polyphylla Olivieri, essendo venuto a conoscenza delle tue intenzioni omicide, ha preso un’altra strada ed è andato a rifugiarsi sulla costa di Trapani, dove il mio amico Lombardo ne ha già catturati più di cinquanta esemplari.”

Qui l’avventura prende una piega tragicomica, di un’epica verosimiglianza..
Sembra che, a quel tempo, i dintorni di Trapani fossero battuti da un brigante chiamato Lombardo.
Ora, il Miraglia gettò nel cestino la lettera del suo amico e il domestico andò a vuotarlo in strada. Passò il raccoglitore di rifiuti e portò nei campi ciò che aveva ricuperato. Un contadino, vedendo quel bel foglio azzurro appena gualcito, lo raccolse e se lo mise in tasca, per precauzione o per un bisogno istintivo di lucro.
Passarono molti mesi e quest’uomo, chiamato in questura, lasciò cadere inavvertitamente a terra la lettera. Una guardia la raccolse e la mostrò al giudice, che si soffermò sulle parole: intenzioni omicide, preso un’altra strada, rifugiati, catturati, Lombardo. Il contadino fu messo in prigione, interrogato, messo in cella di segregazione. Non rivelò nulla. Lo si tenne in prigione e fu aperta una severa inchiesta. I magistrati pubblicarono la lettera sospetta ma, poiché avevano letto Petronilla Olivieri anziché Polyphylla, gli entomologi non si turbarono. Si finì per decifrare la firma del di Stefani, che venne convocato in tribunale. Le sue spiegazioni non furono considerate soddisfacenti. Fu il Miraglia, convocato a sua volta, a chiarire il mistero.

Il contadino era rimasto tre mesi in prigione. Uno degli ultimi briganti siciliani fu quindi, in realtà, una specie di maggiolino, conosciuto dagli uomini di scienza col nome di Polyphylla.
Oggi non vi è nulla di meno pericoloso che percorrere in auto, a cavallo e persino a piedi questa malfamata Sicilia. D’altra parte, tutte le escursioni più interessanti possono essere effettuate quasi interamente in vettura. Il primo posto da visitare è Segesta. Ognuno di noi ha dentro di sé un’immagine della Grecia, cantata da innumerevoli poeti. Tutti credono di conoscerla un poco e tutti la percepiscono in sogno come la prediligono.
Per me, la Sicilia ha realizzato questo sogno, mostrandomi la Grecia. Quando penso a quella terra d’arte mi sembra di percepire grandi montagne dalle linee dolci, classiche e sulle cime quei templi severi, forse un po’ massicci, ma mirabilmente maestosi, che troviamo dappertutto su quest’isola.

Tutti hanno visto Paestum e ammirato le superbe rovine dei tre templi nella  pianura prolungata in lontananza dal mare e circondata da una cerchia di monti azzurrognoli dalla parte opposta. Ma se il tempio di Nettuno è meglio conservato e più lineare – si dice – dei templi di Sicilia, questi sono inseriti in un paesaggio così meraviglioso e imprevisto che nulla al mondo può far immaginare l’impressione che producono sullo spirito.
Uscendo da Palermo, si incontra dapprima il vasto bosco d’aranci chiamato la Conca d’oro; poi la ferrovia costeggia le montagne e le rocce rosse della riva. Il binario piega quindi verso l’interno dell’isola e si scende alla stazione di Alcamo-Calatafimi.

Quindi prosegue, attraverso un paesaggio in rilievo, ondulato come il mare, ma con onde mostruose e immobili. Nessun bosco, pochi alberi, solo vigneti e campi coltivati e la strada sale fra due file ininterrotte di aloe in fiore. Si direbbe che vi sia stata una parola d’ordine che le abbia spinte a far crescere verso il cielo, lo stesso anno e quasi lo stesso giorno, questa colonna enorme e bizzarra cantata dai poeti. Si segue, a perdita d’occhio, la schiera infinita di queste piante guerriere, acuminate, armate e corazzate, che sembrano portare un vessillo di guerra.
Dopo circa due ore di cammino, ci accorgiamo a un tratto di due montagne alte, le cui cime sono collegate da una pendice dolce, arrotondata, a forma di falce. Al centro di questa falce si scorge il profilo di un tempio greco, uno di quei monumenti belli e potenti che il popolo divino erigeva ai suoi dèi umani.

Si è costretti a fare una deviazione per aggirare una di queste montagne e si vede nuovamente il tempio, che adesso si presenta di fronte. Sembra appoggiato alla montagna anche se, in realtà, un burrone profondo li separa; ma il monte si dispiega dietro e al di sopra di esso, lo rinserra, lo circonda, sembra proteggerlo e accarezzarlo. E l’edificio si staglia in modo ammirevole, con le sue trentasei colonne doriche, contro l’immenso tappeto verde che fa da sfondo a questo enorme monumento, tutto solo in questa campagna sconfinata.
Quando si vede questo paesaggio semplice e grandioso, si sente che esso è la collocazione giusta per un tempio greco. I maestri decoratori, che hanno insegnato all’umanità che cos’è l’arte, hanno rivelato, soprattutto in Sicilia, la profonda e raffinata conoscenza che avevano dell’effetto e della messa in scena. Parlerò tra poco dei templi di Agrigento. Quello di Segesta sembra essere stato collocato ai piedi di questa montagna da un uomo di genio, a cui era stato rivelato il punto, l’unico possibile, dove esso doveva essere costruito. Da solo, esso anima l’immensità del paesaggio e la rende viva, divinamente bella.
Sulla sommità del monte, del quale abbiamo seguito le falde per arrivare al tempio, troviamo le rovine del teatro.

Quando si visita un paese che i Greci hanno abitato o colonizzato, è sufficiente cercare i loro teatri per trovare i più incantevoli belvederi . Se mettevano i loro templi nei luoghi che consentivano un migliore effetto, dove potevano ornare meglio l’orizzonte, essi costruivano invece i loro teatri nel luogo da cui l’occhio poteva essere più emozionato dalla prospettiva.
Quello di Segesta, in cima a una montagna, è al centro di un anfiteatro di monti la cui circonferenza raggiunge almeno centocinquanta o duecento chilometri.    
Dietro alle vette più vicine se ne scorgono delle altre e, in mezzo alle cime verdi, appare il mare attraverso una larga baia.
Il giorno successivo alla visita a Segesta, si può visitare Selinunte, immenso ammasso di colonne cadute, talvolta allineate una di fianco all’altra come soldati morti, tal’altra precipitate in modo disordinato.
Queste rovine di templi giganteschi, i più vasti d’Europa, ricoprono un’intera pianura e anche un poggio, alla fine della pianura. Esse seguono la riva, una lunga riva di sabbia pallida, dove sono arenate alcune barche da pesca, senza che si possa scoprire dove abitano i pescatori.
D’altra parte, questo ammasso informe di pietre non può interessare che gli archeologi o le anime poetiche, commosse da ogni traccia del passato.

Ma Girgenti, l’antica Agrigento, posta, come Selinunte, sulla costa sud della Sicilia, offre l’insieme di templi più sorprendente che sia dato contemplare.
Sul lungo tratto di costa pietrosa, nuda, d’un rosso fuoco, senza un filo d’erba né un arbusto, che sovrasta il mare, la spiaggia e il porto, contro il cielo blu dei paesi caldi si staglia il grande profilo di pietra di tre tempi superbi.
Sembrano sospesi nell’aria, in mezzo a un paesaggio magnifico e desolato.  Intorno, davanti e dietro a loro tutto è morto, arido e ingiallito. Il sole ha bruciato, consumato la terra. Ma è stato il sole a ridurla così o non piuttosto il fuoco profondo che brucia le vene di quest’isola di vulcani? Ovunque, attorno a Girgenti, si stende la singolare contrada delle miniere di zolfo. Qui, tutto è zolfo: la terra, le pietre, la sabbia, tutto.
Loro, i templi, eterna dimora degli dei, morti come gli uomini loro fratelli, restano sulla collina selvaggia, lontani mezzo chilometro l’uno dall’altro.

Ecco, per primo quello di Giunone Lacinia che conteneva, si dice, il famoso quadro di Giunone fatto da Zeusi, che aveva preso come modelle le cinque più belle ragazze di Acragas.
Poi, il tempio della Concordia, uno dei meglio conservati dell’antichità, perché nel medioevo fu usato come chiesa.
Più lontano, i resti del tempio di Ercole.
Infine, il gigantesco tempio di Giove cantato da Polibio e descritto da Diodoro, costruito nel quinto secolo e contenente trentotto mezze colonne di sei metri e mezzo di circonferenza.  Un uomo può stare in piedi in una loro scanalatura.
Seduti sul ciglio della strada che corre lungo questa costa meravigliosa, si rimane a sognare davanti a questi ricordi del più grande popolo di artisti. Si ha l’impressione di avere davanti a sé l’intero Olimpo, l’Olimpo di Omero, di Ovidio, di Virgilio, l’Olimpo degli dei affascinanti, carnali, passionali come noi, fatti come noi, che impersonavano in modo poetico le tenerezze del nostro cuore, i sogni della nostra anima, gli istinti dei nostri sensi.

E’ l’antichità intera che si eleva in questo cielo antico. Un’emozione potente e singolare penetra dentro di noi, insieme al desiderio di inginocchiarci davanti a questi augusti resti, lasciati dai maestri dei nostri maestri.
Certo, questa Sicilia è, innanzitutto, una terra divina perché, se vi si trovano le ultime dimore di Giunone, Giove, Mercurio o Ercole, si incontrano anche le più pregevoli chiese cristiane che ci siano al mondo. E il ricordo che si conserva della cattedrale di Cefalù, di Monreale o della cappella Palatina, questa meraviglia unica, è ancora più vivo e potente del ricordo dei monumenti greci.
Al termine della collina dei templi di Girgenti comincia una regione sorprendente che sembra il vero regno di Satana perché se, come si credeva un tempo, il diavolo abita in un vasto paese sotterraneo, pieno di zolfo liquido nel quale fa bollire i dannati, è sicuramente in Sicilia che egli ha stabilito il suo misterioso domicilio.

La Sicilia fornisce quasi tutto lo zolfo del mondo. In quest’isola di fuoco si trovano migliaia di miniere di zolfo.
Ma prima, a pochi chilometri dalla città, si incontra una collina bizzarra chiamata Maccaluba, composta d’argilla e di calcare e coperta da piccoli coni alti due o tre piedi. Somigliano a delle pustole, una mostruosa malattia della natura, perché tutti i coni lasciano colare del fango caldo, simile a un’orrenda suppurazione del suolo. A volte, essi lanciano delle pietre a una grande altezza e soffiano in modo strano, esalando dei gas. Sembrano brontolare, questi sporchi, vergognosi, piccoli vulcani bastardi e lebbrosi, come ascessi crepati.  
Andiamo a visitare le miniere di zolfo. Entriamo dentro alla montagna. Davanti a noi, un vero luogo di desolazione, una terra miserabile che sembra maledetta, condannata dalla natura. I valloni si aprono grigi, gialli, pietrosi, sinistri e portano il segno della riprovazione divina con un superbo carattere di solitudine e povertà.

Scorgiamo infine, qua e là, alcuni brutti edifici, molto bassi. Sono le miniere. Se ne contano parecchie, sembra più di mille in questo pezzo di paese.
Penetrando nel recinto di una di esse, si nota dapprima una montagnola singolare, grigiastra e fumante. E’ una sorgente di zolfo, dovuta al lavoro umano.
Ecco come la si ottiene. Lo zolfo estratto nelle miniere è nerastro, mescolato alla terra. al calcare ecc. e forma una sorta di pietra dura e tagliente. Appena tolto dalle gallerie, lo si dispone a forma di collinetta alta, poi si accende il fuoco al centro. L’incendio, lento, continuo, profondo consuma per intere settimane la parte centrale della montagna artificiale e libera lo zolfo puro, che entra in fusione e cola come acqua, per mezzo di un piccolo canale.
Il prodotto così ottenuto viene ulteriormente trattato, dentro a una vasca dove bolle e ottiene di purificarsi.
La miniera dove avviene l’estrazione dello zolfo assomiglia a tutte le altre miniere. Si scende per una scala stretta, con scalini enormi e diseguali, dentro ai pozzi scavati direttamente nello zolfo. I diversi livelli sono messi in comunicazione attraverso grossi buchi, che fanno arrivare l’aria a quelli più profondi. Tuttavia, alla fine della discesa, si soffoca. A causa delle emanazioni solforose e dell’orribile calore da stufa, si respira a fatica, il cuore batte veloce e la pelle si ricopre di sudore.

Di tanto in tanto, s’incontra un gruppo di bambini che trasporta le ceste inerpicandosi su per l’erta scala. Ansimano e rantolano, questi bambini miserabili, schiacciati sotto al peso. Hanno dieci, dodici anni e fanno questo tremendo viaggio quindici volte al giorno, guadagnando un soldo per ogni discesa. Sono piccoli, gialli, macilenti, con enormi occhi luccicanti e visi magri dalle labbra sottili che scoprono dei denti brillanti come gli occhi.
Questo sfruttamento ripugnante dell’infanzia è una delle cose più penose che si possano vedere.
Ma su un’altra costa  dell’isola o, meglio, a qualche ora dalla costa esiste un fenomeno naturale talmente prodigioso da far dimenticare le miniere  avvelenate dove si uccidono i bambini. Parlo di Vulcano, fantastico fiore di zolfo sbocciato in mezzo al mare.
Si parte da Messina a mezzanotte con un sudicio battello a vapore, sul quale non vi sono posti a sedere neanche per i passeggeri di prima classe.

Nessun soffio di brezza, soltanto la progressione del battello disturba l’aria calma addormentata sull’acqua.
Le rive della Sicilia e della Calabria esalano un odore di aranci fioriti così intenso che tutto il distretto ne è profumato come la stanza di una donna. Ben presto la città si allontana, passiamo fra Scilla e Cariddi, le montagne si rimpiccioliscono dietro di noi e, al di sopra di esse, spunta la cima schiacciata e innevata dell’Etna che sembra coperta d’argento sotto al chiarore della luna piena.
Dormiamo un poco, cullati dal rumore monotono dell’elica e riapriamo gli occhi alla luce del giorno nascente. Ecco laggiù, di fronte a noi, le Lipari. La prima a sinistra e l’ultima a destra buttano in cielo un fumo bianco e spesso. Sono Vulcano e Stromboli. Fra questi due vulcani si scorgono Lipari, Alicudi, Filicudi e alcuni isolotti bassi.
Poco dopo, il battello si ferma davanti alla piccola isola e al piccolo paese di Lipari.

Alcune case bianche ai piedi di un’ampia costiera verde, niente di più. Nessun albergo, nessuno straniero che approdi su quest’isola, che è fertile, incantevole, circondata da rocce dalle forme bizzarre d’un rosso intenso e dolce. Vi si trovano le acque termali che un tempo erano frequentate, prima che il vescovo Todaso facesse distruggere i bagni che erano stati costruiti là accanto, per sottrarre il suo paese all’affluenza e all’influenza degli stranieri.
Lipari è chiusa a nord da una singolare montagna bianca. Se fossimo sotto a un cielo più freddo, da lontano la si potrebbe scambiare per una montagna di neve. E’ di là che si estrae la pietra pomice per il mondo intero.

Affitto una barca per andare a visitare Vulcano.
Portata da quattro rematori, essa segue la costa fertile, coltivata a vigneto. I riflessi delle rocce rosse nel mare blu sono strani. Ecco il piccolo stretto che separa le due isole. Il cono di Vulcano esce dai flutti, come un vulcano immerso in acqua fino alla cima.
E’ un isolotto selvaggio, la cui cima raggiunge i quattrocento metri circa e la cui superficie misura venti chilometri quadrati circa.
Prima di arrivarvi, si gira intorno a un alto isolotto, Vulcanello, che uscì all’improvviso dal mare verso il 200 a.C. e che una stretta lingua di terra, spazzata dalle onde nei giorni di tempesta, unisce al fratello maggiore.       

Eccoci in fondo a una baia piatta, di fronte al cratere che fuma. Ai suoi piedi, una casa abitata da un Inglese che in questo momento pare stia dormendo e senza il cui permesso non potrei inerpicarmi sul vulcano, che questo industriale sfrutta. Ma lui dorme e io attraverso prima un grande orto, poi alcune vigne, proprietà dell’Inglese, infine un vero bosco di ginestre di Spagna in fiore. Lo si direbbe un’immensa sciarpa gialla, avvolta attorno al cono appuntito, la cui testa è anche gialla, d’un giallo accecante sotto il sole abbagliante. Comincio a salire per uno stretto sentiero che serpeggia nella cenere e nella lava e che va, viene, ritorna, scosceso, scivoloso e duro. Talvolta, come si vedono in Svizzera dei torrenti che cadono dalle cime, si scorge una cascata immobile di zolfo, che si è riversata in un crepaccio.
Le si direbbe dei ruscelli incantati di luce rappresa, delle colate di sole.

Raggiungo infine la vetta, una larga piattaforma attorno al grande cratere. La terra trema e, davanti a me, attraverso un’apertura grande come la testa di un uomo, esce con violenza un immenso getto di fuoco e di vapore, mentre lo zolfo liquido, dorato dal fuoco, si spande dalle labbra di questa cavità. Attorno alla sorgente fantastica, si forma un lago giallo che ben presto si indurisce. Più lontano, altri crepacci emettono vapori bianchi che salgono pesantemente nell’aria blu.
Procedo con timore fino al bordo del grande cratere, sulla lava e sulla cenere calda. Niente di più stupefacente può colpire l’occhio umano.

Al fondo di questa immensa cava detta “la Fossa”, larga cinquecento metri e profonda duecento metri circa, una decina di fenditure giganti e di larghi buchi rotondi vomitano fuoco, fumo e zolfo, con un tremendo rumore di caldaia. Si discende lungo le pareti di questo abisso e si passeggia fino al bordo delle bocche impetuose del vulcano. Intorno a me, sotto i miei piedi e sopra di me, tutto è giallo, di un giallo accecante, spaventoso. E’ giallo anche il suolo, le alte muraglie, lo stesso cielo. Il sole giallo versa la sua luce infuocata in questo baratro mugghiante, che il calore di questo pozzo di zolfo rende dolorosa come una bruciatura. Si vede bollire il liquido giallo che cola, si vedono fiorire strani cristalli, spumare degli acidi luccicanti e bizzarri sul bordo delle labbra rosse dei focolai.

L’Inglese che sta dormendo ai piedi del monte raccoglie, sfrutta e vende questi acidi, questi liquidi, tutto quello che il cratere vomita; perché tutto questo, a quanto pare, vale soldi, molti soldi.
Ritorno lentamente, ansante e senza fiato, soffocato dall’alito irrespirabile del vulcano; e ben presto, risalito sulla sommità del cono, scorgo tutte le Lipari sparse qua e là sui flutti.
Laggiù di fronte si innalza Stromboli mentre, dietro di me, l’Etna gigantesco sembra guardare in lontananza i suoi figli e nipoti.
Sulla via del ritorno, avevo scoperto dalla barca un’isola nascosta dietro a Lipari, che il battelliere aveva chiamato Salina. E’ su di essa che si ottiene il vino Malvasia.

Volli berne una bottiglia alla sorgente. Lo si sarebbe detto sciroppo di zolfo. E’ il vino dei vulcani, denso, zuccherino, dorato e talmente solforato che il gusto rimane nel palato fino a sera. Il vino del diavolo.
Lo stesso vaporetto sporco che mi ha condotto qui mi riporta indietro. Dapprima, guardo Stromboli, montagna rotonda e alta, con la testa che fuma e il piede immerso nel mare. Non è altro che un cono enorme che esce dall’acqua. Sui suoi fianchi si notano alcune case appollaiate, come conchiglie marine aggrappate alla roccia. Poi, i miei occhi si girano verso la Sicilia, dove sto tornando, e non possono più staccarsi dall’Etna accoccolato su di essa, schiacciandola col suo terribile peso e dominando con la sua testa coperta di neve tutte le altre montagne dell’isola.
Sembrano nani, i grandi monti sotto di lui e lui stesso sembra basso, tanto è largo e massiccio. Per capire le dimensioni di questo gigante enorme, bisogna vederlo dal mare aperto.
A sinistra, appaiono le rive montuose della Calabria e lo stretto di Messina si apre come lo sbocco di un fiume. Vi passiamo per entrare nel porto.

La città non ha nulla d’interessante. Il giorno stesso prendiamo il treno per Catania. La ferrovia segue una costa stupenda e contorna dei golfi bizzarri, popolati da piccoli paesi bianchi in fondo alle baie, sul bordo delle sabbie. Ecco Taormina. Ad un uomo che avesse soltanto un giorno da passare in Sicilia e che mi chiedesse: “Cosa c’è da vedere?” risponderei senza esitazione: “Taormina”.
Non è che un paesaggio, ma contiene tutto ciò che sulla terra sembra fatto per sedurre gli occhi, la mente e l’immaginazione.
Il paese è appollaiato su di un’alta montagna come se fosse rotolato giù dalla cima e contiene alcuni splendidi resti del Passato, ma lo si attraversa senza fermarsi per andare al teatro greco a vedere il tramonto.

Parlando del teatro di Segesta, ho detto che i Greci sapevano scegliere, da decoratori incomparabili, l’unico luogo dove doveva essere costruito il teatro, il sito fatto per la felicità del senso estetico.
Quello di Taormina è collocato in modo così meraviglioso che non deve essercene un altro simile al mondo. Quando si è entrati nel recinto e si è visitato la scena, la sola che sia giunta a noi in buono stato, ci si inerpica per i gradini franati e coperti d’erba, un tempo destinati al pubblico e che potevano contenere 35.000 spettatori, e si guarda.
Si vede dapprima la rovina, triste, superba, diroccata, dove restano in piedi, ancora tutte bianche, alcune affascinanti colonne di marmo bianco complete di capitelli. Al di sopra dei muri, si scorge sotto di sé il mare a perdita d’occhio e la riva che va fino all’orizzonte, seminata di rocce enormi, bordata di sabbie dorate e popolata di villaggi bianchi. Poi a destra, al di sopra di tutto, dominante tutto, l’Etna, coperto di neve, che riempie la metà del cielo con la sua massa e che fuma, laggiù.

Dove sono oggi i popoli che saprebbero fare cose simili? Dove sono gli uomini che saprebbero costruire, per il divertimento delle folle, edifici come questo?
Quegli uomini, quelli di un tempo avevano un’anima e degli occhi diversi dai nostri perché nelle loro vene, col loro sangue, scorreva qualcosa che è scomparso: l’amore e l’ammirazione del Bello.
Ripartiamo in direzione di Catania, da dove voglio scalare il vulcano. Di tanto in tanto, fra due monti, lo si scorge coperto di un nube immobile di vapori usciti dal cratere.

Dappertutto, attorno a noi, il suolo è scuro, color bronzo. Il treno corre su una riva di lava.
Tuttavia il mostro è lontano, forse a 36 o 40 chilometri. Si capisce allora quanto sia enorme. Dalla sua gola nera e smisurata ha vomitato, negli anni, un fiotto bruciante di lapilli che, colando lungo le pendici dolci o ripide, hanno riempito le vallate, seppellito i villaggi, annegato gli uomini come un fiume, prima di andare a spegnersi in mare, respingendolo davanti a lui. Questa fiumana lenta, limacciosa e rossa ha creato delle scogliere, delle montagne, dei solchi e, indurendosi e scurendosi, ha fatto nascere, intorno all’immenso vulcano, un paese nero e bizzarro, gibboso, pieno di crepe, tortuoso e inverosimile, disegnato a caso dalle eruzioni e dalla fantasia spaventosa della lava incandescente.

Accade che l’Etna rimanga tranquillo per secoli, soffiando nel cielo solo il fumo denso del suo cratere.
In questo intervallo, le lave delle antiche colate si polverizzano, sotto il sole e la pioggia, e diventano una specie di cenere, di terra sabbiosa e nera, nella quale crescono gli ulivi, gli aranci, i limoni, i melograni, i vigneti, i cereali.
Nulla è più verde, delizioso e bello di Aci Reale in mezzo a un bosco di aranci e ulivi. A volte, in mezzo agli alberi, si scorge un ampio fiotto nero che ha resistito al tempo, che ha conservato la forma di passati ribollimenti, i contorni straordinari e l’aspetto di bestie attorcigliate, di membra contorte.
Ecco Catania, una città grande e bella, costruita interamente sulla lava. Dalle finestre del Grand Hotel scorgiamo la sommità dell’Etna.

Prima di salirvi, scriviamo in qualche riga la sua storia.
Gli antichi, ne facevano il laboratorio di Vulcano. Pindaro descrive l’eruzione del 476, ma Omero non lo menziona come vulcano. Tuttavia, esso aveva già costretto i Sicani, prima dell’epoca storica, a fuggire lontano. Si conoscono circa 80 eruzioni.
Le più violente furono quelle del 396,126 e 122 a.C., poi quelle del 1169, 1329, 1537 e soprattutto quella del 1669, che scacciò dalle loro abitazioni più di 27.000 persone e ne fece perire un gran numero.
Fu allora che uscirono da terra, all’improvviso, due alte montagne, i monti Rossi.
Nel 1693 un’eruzione accompagnata da un terribile terremoto distrusse circa quaranta città e seppellì sotto le macerie quasi 100.000 persone. Nel 1755,  un’altra eruzione causò nuovamente delle spaventose devastazioni. Quelle del 1792, 1843, 1852, 1865, 1874, 1879 e 1882 furono ugualmente violente e micidiali. A volte le lave fuoriescono dal grande cratere, a volte si aprono delle bocche di 50 a 60 metri di ampiezza sui fianchi della montagna e scaturiscono da questi crepacci colando verso la pianura.

Il 26 maggio 1879 la lava, uscita dapprima dal cratere del 1874, si è sprigionata da un nuovo cono alto 170 metri, sollevato, sotto la pressione, a un’altitudine di 2.450 metri circa. Essa è discesa rapidamente, traversando la strada da Linguaglossa a Randazzo e si è fermata vicino al fiume d’Alcantara. Anche se l’eruzione non è durata più di dieci giorni, la superficie di questa colata è di 22.860 ettari.
Durante questo periodo, il cratere sulla cima lanciava solamente vapori densi, sabbia e ceneri.
Grazie alla smisurata compiacenza del sig. Ragusa, membro del Club Alpino e proprietario del Grand Hotel abbiamo fatto con estrema facilità l’ascensione di questo vulcano, ascensione un po’ faticosa ma per niente pericolosa.

Una vettura ci condusse dapprima a Nicolosi, attraverso campi e giardini pieni d’alberi cresciuti nella lava polverizzata. Di tanto in tanto si attraversano enormi colate, in mezzo alle quali passa la strada e la terra è nera dappertutto. Dopo tre ore di marcia e di salita dolce, si arriva all’ultimo paese ai piedi dell’Etna, Nicolosi, situato a 700 metri d’altitudine e a 14 chilometri da Catania.
Là si lascia la vettura per prendere delle guide, dei muli, delle coperte, delle calze e dei guanti di lana, poi si riparte. Sono le 4 del pomeriggio. Il sole infuocato dei paesi orientali cade su questa strana terra, la riscalda e la brucia.

Le bestie procedono lentamente, con un passo stanco, nella polvere che si solleva attorno a loro come una nube. L’ultima, che porta i bagagli e le provviste, si ferma continuamente e sembra amareggiata dalla necessità di rifare, ancora una volta, questo viaggio inutile e penoso.
Intorno a noi, ora, vi sono dei vigneti piantati nella lava, alcuni giovani, altri vecchi. Ecco qui una landa di lava coperta di ginestre fiorite, una landa d’oro; poi attraversiamo l’enorme colata del 1882 e restiamo sbigottiti davanti a questo fiume immenso, nero, immobile, ribollente e pietrificato, venuto di lassù, dalla sommità che fuma così lontana, a venti chilometri circa. Ha seguito le vallate, aggirato i picchi, traversato le pianure, questo fiume, ed eccolo qui, adesso, vicino a noi, fermato nella sua marcia quando la sua sorgente di fuoco si è inaridita.

Saliamo, lasciando a sinistra i monti Rossi e scoprendo incessantemente altri monti, innumerevoli, chiamati dalle guide i figli dell’Etna, cresciuti attorno al mostro che porta così una collana di vulcani. Sono circa 350 questi figli neri dell’antenato  e parecchi di essi raggiungono l’altezza del Vesuvio.
Ora traversiamo un magro bosco cresciuto anch’esso nella lava e all’improvviso si alza il vento. Prima è una folata brusca e violenta a cui segue un momento di calma, poi una raffica furiosa, appena interrotta, che solleva e porta via una valanga densa di polvere.
Ci fermiamo dietro a un muro di lava e restiamo là fino alla notte. Alla fine, bisogna ripartire, anche se la tempesta continua.
E a poco a poco il freddo ci prende, il freddo penetrante delle montagne che gela il sangue e paralizza le membra. Sembra nascosto, appostato nel vento e punge gli occhi, morde la pelle col suo morso glaciale.   Andiamo, avvolti nelle nostre coperte, tutti bianchi come degli Arabi, con i guanti alle mani, la testa incappucciata, lasciando marciare i nostri muli che ci seguono e inciampano sul sentiero accidentato e oscuro.

Ecco infine la Casa del Bosco, sorta di capanna abitata da cinque o sei boscaioli. La guida dichiara che è impossibile andare più lontano con questo uragano e noi chiediamo ospitalità per la notte. Gli uomini si alzano, accendono il fuoco e ci cedono due magri pagliericci che sembrano non contenere altro che pulci. Tutta la capanna vibra e trema sotto ai colpi della tempesta e l’aria passa con furia attraverso le tegole sconnesse del tetto.
Non vedremo il levar del sole sulla sommità della montagna.
Dopo qualche ora di riposo senza sonno ripartiamo. Mentre si fa giorno, il vento si calma.
Attorno a noi si stende ora un paese nero e ricco di valli dolcemente ascendente verso la regione delle nevi che brillano, accecanti, fino ai piedi dell’ultimo cono, alto trecento metri.
Anche se il sole è già alto nel cielo azzurro, il freddo, il freddo inclemente delle grandi cime, ci intorpidisce le dita e ci brucia la pelle. I nostri muli, uno dietro l’altro, seguono lentamente il sentiero tortuoso che gira intorno a tutte le fantasie della lava.

Ecco il primo pianoro coperto di neve. Lo evitiamo facendo una deviazione. Ma ne segue ben presto un altro e dobbiamo attraversarlo in linea retta. Le bestie esitano, tastano la coltre col piede, avanzano con precauzione. All’improvviso ho la brusca sensazione di essere inghiottito dal suolo. Le due zampe anteriori del mio mulo, bucando la crosta che le sorregge, sono penetrate fino al petto. La bestia si dibatte in preda al panico, si risolleva, sprofonda di nuovo con le quattro zampe, si rialza ancora per ricadere un’altra volta.
Le altre fanno altrettanto. Dobbiamo saltare a terra, calmarle, aiutarle, trascinarle. A ogni istante esse affondano fino al petto in questa schiuma bianca e fredda, in cui le nostre gambe penetrano talvolta fino al ginocchio. Fra questi passaggi di neve che colmano i valloni, ritroviamo la lava, dei grandi piani di lava simili a immensi campi di velluto nero, brillanti sotto il sole con lo sfavillio della neve. E’ la regione deserta, la regione morta che sembra in lutto tutta bianca e tutta nera, accecante, orribile e superba, indimenticabile.

Dopo quattro ore di marcia e di sforzi, raggiungiamo la Casa Inglese, piccola casa di pietra, circondata dal ghiaccio, quasi sepolta sotto la neve ai piedi dell’ultimo cono che si erge dietro, enorme e tutto dritto, coronato di fumo.
E’ qui che si passa di solito la notte, sulla paglia, per andare a vedere il sorgere del sole dal bordo del cratere. Lasciamo i muli e cominciamo a inerpicarsi per questo muro spaventoso di cenere indurita che cede sotto i piedi, dove non ci si può aggrappare a nulla, dove si retrocede di un passo ogni tre. Si va avanti soffiando, ansimando, affondando nel suolo molle il bastone ferrato, fermandosi ogni momento.
Per non scivolare e andare indietro si devono puntellare le gambe con il bastone, perché il pendio è così ripido che non si riesce nemmeno a stare seduti.

Ci vuole circa un’ora per superare questi trecento metri. Da qualche tempo, dei vapori di zolfo ci prendono alla gola. Abbiamo scorto sia a destra che a sinistra dei grandi getti di fumo che escono dalle fessure del suolo; abbiamo appoggiato le mani su delle grosse pietre roventi. Infine raggiungiamo una stretta piattaforma. Davanti a noi, una densa nube sale lentamente come una tenda bianca che esce dalla terra. Avanziamo ancora di qualche passo, il naso e la bocca riparati da un velo, per non essere soffocati dallo zolfo. All’improvviso, davanti ai nostri piedi si apre un abisso orribile e spaventoso, che misura circa cinque chilometri di circonferenza. Si distingue appena, attraverso i vapori soffocanti, l’altro bordo di questa cavità mostruosa, larga 1500 metri e la cui muraglia diritta affonda dentro al misterioso e terribile paese del fuoco.            
La bestia è calma. Dorme nelle profondità, molto in profondità. Dal prodigioso camino, alto 3.312 metri, si leva solo una densa fumata.

Intorno a noi, lo scenario è ancora più strano. La Sicilia è nascosta da brume che si fermano sul bordo delle coste, velando la terra, di modo che noi siamo in pieno cielo, in mezzo al mare, sopra le nuvole, così in alto che il Mediterraneo, estendendosi a perdita d’occhio in ogni direzione, sembra anch’esso parte del cielo. Siamo in piedi su una montagna miracolosa, uscita dalle nuvole e annegata nel cielo, che si stende sopra alle nostre teste, sotto ai nostri piedi, dappertutto.
Ma poco a poco le nubi sparse sull’isola, si raccolgono attorno a noi e racchiudono l’immenso vulcano al centro del loro cerchio. Siamo in fondo a un cratere tutto bianco dal quale percepiamo solo il firmamento blu, se guardiamo in alto.

In altri giorni lo spettacolo è tutto differente, si dice.
Attendiamo il sorgere del sole che appare dietro alle coste della Calabria. Esse gettano lontano la loro ombra sul mare, fino ai piedi dell’Etna, il cui profilo scuro e smisurato copre la Sicilia intera col suo immenso triangolo, che scompare man mano che l’astro sale. Si scopre allora un panorama che ha più di quattrocento chilometri di diametro e 1300 di circonferenza con al nord l’Italia e le isole Lipari, i cui due vulcani sembrano salutare il loro padre; a sud, Malta, appena visibile. Nei porti della Sicilia le navi sembrano insetti sul mare.
Alessandro Dumas ha fatto di questo spettacolo una descrizione molto felice ed entusiasta.
Ridiscendiamo, un po’ sui muli un po’ a piedi il ripido cono del cratere ed entriamo ben presto nella densa cintura di nuvole che avvolgono la cima del monte. Dopo un’ora di marcia attraverso la foschia, la raggiungiamo infine e scopriamo sotto ai nostri piedi l’isola dentellata e verde con i suoi golfi, i suoi capi, le sue città e il grande mare d’un blu intenso che la circonda.

Ritornati a Catania, partiamo l’indomani per Siracusa.
E’ in questa piccola città singolare e affascinante che bisogna terminare un’escursione in Sicilia. Fu illustre quanto le più grandi città; i suoi tiranni ebbero regni celebri come quello di Nerone; produceva un vino reso celebre dai poeti; sulle rive del golfo che essa domina c’è un piccolo fiume, l’Anapo, dove cresce il papiro, custode segreto del pensiero degli antichi; racchiude fra le sue mura una delle più belle Veneri del mondo.     
Vi sono persone che attraversano i continenti per andare in pellegrinaggio da qualche statua miracolosa – io ho portato la mia devozione alla Venere di Siracusa.

Avevo visto la fotografia di questa sublime femmina di marmo nell’album di un viaggiatore e me ne innamorai, come ci si innamora di una donna. Forse fu lei che mi indusse a fare questo viaggio; parlavo di lei, sognavo di lei a ogni istante, prima di averla vista.
Ma arrivammo troppo tardi per entrare nel museo affidato alle cure dell’esperto professore Francesco Saverio Cavalari che, moderno Empedocle, scese a bere una tazza di caffè nel cratere dell’Etna.
Devo dunque attraversare la città costruita su un isolotto e separata da terra  e delimitata da tre cinte fra le quali passano tre bracci di mare. E’ piccola, graziosa, situata sul bordo del golfo con giardini e passeggiate, che scendono fino al mare.

Poi andiamo alle Latomie, immense cavità a cielo aperto, che erano state dapprima delle cave e divennero poi delle prigioni dove furono imprigionati per otto mesi, dopo la disfatta di Nicia, gli Ateniesi catturati, torturati dalla fame, la sete, il caldo insopportabile e la melma brulicante, dove agonizzavano.
In una di esse, le Latomie del Paradiso, si scorge, al fondo di una grotta, un’apertura bizzarra, chiamata l’orecchio di Dioniso. Si diceva che egli venisse sul bordo di questa cavità ad ascoltare i lamenti delle sue vittime, ma vi sono altre versioni conosciute. Alcuni esperti ingegnosi sostengono che, essendo comunicante con il teatro, servisse da sala sotterranea per le rappresentazioni. Grazie alla sua prodigiosa sonorità, infatti, consentiva una sorprendente risonanza anche dei più piccoli rumori.
La più curiosa delle Latomie è sicuramente quella dei Cappuccini. E’ un vasto e profondo giardino diviso da volte, archi e rocce enormi, racchiusi da  scogliere bianche.

Un po’ più lontano si visitano le catacombe, la cui estensione raggiunge circa i duecento ettari. Il signor Cavalari vi scoperse uno dei più bei sarcofagi cristiani conosciuti.
Quando si rientra nel modesto albergo che domina il mare, si rimane fino a tardi a sognare e a guardare l’occhio rosso e blu di un’imbarcazione all’ancora.  
La nostra visita al museo è preannunciata per il mattino seguente e le porte del piccolo, meraviglioso palazzo che racchiude le collezioni e le opere d'arte della città, si aprono per noi.
Mentre entro nel museo, la scorgo in fondo a una sala, bella come l’avevo immaginata.
Non ha la testa, le manca un braccio, ma nessuna figura umana mi è parsa più conturbante e degna d’ammirazione.

Non è la donna poetizzata, idealizzata, divina e maestosa come la Venere di Milo. E’ la donna così com’è, come la si ama, la si desidera, la si vuole abbracciare.
E’ grassa, ha il petto formoso, le anche robuste e le gambe un po’ pesanti,  una Venere carnale, che si sogna distesa. Un braccio è piegato e copre i seni; con l’altra mano solleva il drappo con cui ricopre, con gesto adorabile, le sue grazie misteriose. Il corpo chino è fatto, concepito per questo movimento, tutte le linee vi si concentrano e vi guidano il pensiero. Questo gesto semplice e naturale, pieno di pudore e d’impudicizia, che nasconde e fa vedere, vela e rivela, attrae e sottrae, sembra far intendere gli atteggiamento di tutte le donne della terra.
Il marmo è vivo. Lo si vorrebbe palpare, con la certezza che cederà sotto la mano, come se fosse carne.
I fianchi sono incredibilmente belli e animati. La linea ondulata e grassa della schiena si sviluppa in tutto il suo fascino dalla nuca ai talloni e mostra, nel disegno delle spalle, nella rotondità decrescente delle cosce e nella curva leggera del polpaccio che si assottiglia fino alle caviglie tutte le modulazioni della grazia umana.

Un’opera d’arte, per essere superiore, deve essere, allo stesso tempo, un simbolo e l’espressione esatta della realtà.
La Venere di Siracusa è una donna ed è anche il simbolo della carne.
Davanti alla testa della Gioconda ci si sente ossessionati da non si sa quale tentazione d’amore irritante e mistico. Ci sono anche donne in carne ed ossa i cui occhi ci danno questo sogno di tenerezza irrealizzabile e misteriosa. Si cerca in loro qualcosa che sta dietro le apparenze, perché esse sembrano contenere ed esprimere un poco dell’ideale inafferrabile. Noi lo inseguiamo senza mai raggiungerlo, dietro a tutte le sorprese della bellezza che sembra contenere il pensiero, nell’infinito dello sguardo che è solo una sfumatura dell’iride, nel fascino di un sorriso che nasce da una piega del labbro, in un lampo di smalto, nella grazia del movimento, nato dal caso e dall’armonia delle forme.

I poeti, svagati e impotenti, sono sempre stati tormentati dalla sete di amore mistico. L’esaltazione naturale della loro anima poetica, esasperata dall’eccitazione artistica, spinge questi esseri elitari a concepire una sorta di amore nebuloso perdutamente tenero, estatico, mai sazio, sensuale senza essere carnale, talmente delicato che basta un niente per farlo svanire, irrealizzabile e sovrumano. E questi poeti sono, forse, i soli uomini che non hanno mai amato una donna, una donna vera, in carne e ossa, con le sue qualità di donna, i suoi difetti, il suo animo limitato e affascinante, i suoi nervi e la sua conturbante femminilità.

Ogni creatura, davanti alla quale il loro sogno si esalta, è simbolo di un essere misterioso e favoloso, l’essere celebrato da questi cantori di illusioni. Questa persona viva che loro adorano è come una statua dipinta, l’immagine di un dio davanti al quale il popolo si inginocchia. Dov’è questo dio? Qual è questo dio? In quale parte del cielo abita la sconosciuta che questi sciocchi, sognatori dal primo all’ultimo, hanno idolatrato? Appena toccano una mano che risponde alla loro pressione, la loro anima fugge nel sogno invisibile, lontano dalla realtà carnale.
Essi trasformano la donna che abbracciano, la completano, la trasfigurano con la loro arte di poeti. Non sono le sue labbra che essi baciano, sono le labbra sognate. Non è in fondo ai suoi occhi blu o neri che si perde il loro sguardo estasiato, è dentro a qualcosa di sconosciuto e inconoscibile. Gli occhi della loro amante non sono che una finestra, attraverso la quale essi cercano di vedere il paradiso ideale.
Ma se alcune donne conturbanti possono dare alle nostre anime questa rara illusione, altre non fanno che risvegliare nelle nostre vene l’amore impetuoso da cui esce la nostra razza.
La Venere di Siracusa è l’espressione perfetta di questa bellezza formosa, sana e semplice. Questo torso mirabile in marmo di Paros è, si dice, la Venere Callipigia descritta da Ateneo e Lampride, che fu data da Eliogabalo ai Siracusani.

Essa non ha la testa. Che importa! Il simbolo è diventato più completo. E’ un corpo di donna che esprime tutta la poesia reale della carezza.
Schopenhauer ha detto che la natura, volendo perpetuare la specie, ha fatto della riproduzione una trappola.
Questa forma di marmo vista a Siracusa è l’inganno ideato allora dall’artista, la donna che nasconde e mostra lo sconvolgente mistero della vita.
E’ un’insidia? Tanto peggio! Essa apre la bocca, attira la mano, offre ai baci la realtà palpabile della sua carne incantevole, bianca ed elastica, ferma e rotonda, deliziosa nell’abbraccio.
E’ divina non perché esprime un pensiero ma soltanto perché è bella.

E, ammirandola, si pensa all’Ariete di bronzo di Siracusa, il più bel pezzo del museo di Palermo che sembra contenere anch’esso tutta l’animalità del mondo. La bestia vigorosa è coricata, il corpo appoggiato sulle zampe e la testa girata a sinistra. E questa testa d’animale sembra la testa di un dio, un dio bestiale, impuro e superbo. La fronte è larga e coperta di pelo crespo, gli occhi sono distanti, il naso ricurvo, lungo e robusto, con un’espressione brutale. Le corna ricadono all’indietro, curve e attorcigliate e le loro punte aguzze vanno verso l’esterno e sono coperte dalle orecchie sottili, somiglianti anch’esse a due corna. E lo sguardo della bestia ci penetra, stupido, inquietante e duro. Avvicinandosi a questo bronzo, si sente la belva faunesca.
Chi sono i due artisti meravigliosi che hanno rappresentato in modo così diverso la bellezza semplice delle creature?
Queste sono le due statue che, come accade per gli esseri viventi, avevo il desiderio ardente di rivedere.
Al momento di uscire, lancio un ultimo sguardo a quel dorso di marmo, lo sguardo che si getta alla donna amata dalla soglia, quando si sta per lasciarla. Poi, salgo subito in barca per andare a salutare, com’è dovere di uno scrittore, i papiri dell’Anapo.

Attraversiamo il golfo da un capo all’altro e scorgiamo, sulla riva piatta e brulla, l’imbocco di un piccolo ruscello, quasi un torrente, dove il battello si infila.
La corrente è forte ed è duro risalirla. Un po’ si rema, un po’ ci si serve della gaffa per scivolare sull’acqua che corre rapida fra i due argini coperti di piccoli fiori, d’un giallo acceso, che fanno sembrare d’oro le rive.
Ecco delle canne che urtiamo passando e che si piegano e si rialzano. Poi vediamo, con i piedi nell’acqua, delle iris blu, d’un blu intenso sulle quali volteggiano innumerevoli libellule, grandi come uccelli mosca e dalle vibranti ali madreperlacee. Ora, sulle due scarpate che ci imprigionano, crescono dei cardi giganti e dei convolvoli smisurati, che allacciano le piante di terra alle canne del ruscello.
Sotto di noi, sul fondo dell’acqua, c’è una foresta di grandi erbe ondeggianti che si muovono, fluttuano e sembrano navigare nella corrente che le agita.

Poi l’Anapo si separa dall’antico Ciane, suo affluente. Noi procediamo sempre a colpi di pertica lungo il ruscello serpeggiante, che [offre dei punti di vista affascinanti e graziose prospettive fiorite. Alla fine, appare un'isola piena di strani arbusti dai gambi fragili e triangolari, alti dai nove ai dodici piedi, che portano in cima dei ciuffi rotondi di fili verdi, lunghi, morbidi e sottili come capelli. Sembrano delle teste umane diventate piante e gettate nell’acqua sacra della sorgente da uno degli dèi pagani che abitavano questi luoghi. E’ l’antico Papiro.
I contadini chiamano parruca questa canna.

Più lontano, eccone altri, un bosco intero. Fremono, mormorano, si piegano, mescolano le loro fronti pelose, si urtano, sembrano parlare di cose sconosciute e lontane.
Non è strano che questo venerabile arbusto, che ci ha fatto pervenire il pensiero dei morti ed è stato custode del genio umano, abbia sul suo corpo infimo di arboscello questa grossa criniera folta e fluttuante, simile a quella dei poeti?
Ritorniamo a Siracusa al tramonto e guardiamo nella rada il piroscafo che è appena arrivato e che, questa sera stessa, ci porterà verso l’Africa.      
 
 


Torna ai contenuti