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Da Algeri a Tunisi

I corpi drappeggiati in abiti da monaci, le teste coperte da un turbante che svolazza sulle spalle, i tratti severi e gli sguardi fissi che si vedono sulle banchine d’Algeri, nelle strade dei villaggi, nelle pianure del Tell, sulle montagne del Sahel e sulle sabbie del Sahara sembrano appartenere a religiosi seguaci di uno stesso ordine austero, sparsi su metà del globo.
Anche la loro andatura è quella dei preti, i loro gesti sono quelli di apostoli predicatori e il loro atteggiamento quello di mistici pieni di disprezzo per il mondo.
Siamo fra uomini per i quali l’idea religiosa domina tutto, cancella tutto, regola le azioni, condiziona le coscienze, modella i cuori, governa il pensiero, prevale sugli interessi, le preoccupazioni e gli affanni . La religione è la grande ispiratrice dei loro atti, della loro anima, delle loro qualità e dei loro difetti; è per lei e per mezzo di lei che essi sono buoni, bravi, teneri e fedeli. Da soli, non sembrano essere niente, non avere qualità che non siano ispirate o comandate dalla fede. Non è possibile scoprire la natura spontanea o primitiva dell’Arabo, non ricreata, per così dire, dalla fede, dal Corano e dall’insegnamento di Maometto. Mai nessuna religione si è incarnata così in un essere umano.

Andiamo dunque a vederli pregare nella loro moschea, nella moschea bianca che scorgiamo laggiù, in fondo alla banchina di Algeri.
Nel primo cortile, sotto un’arcata di colonnine verdi, blu e rosse, vi sono degli uomini seduti o accosciati che parlano a bassa voce, con la tranquillità grave degli Orientali. Di fronte all’entrata, in fondo a una piccola stanza quadrata, che assomiglia a una cappella, il cadì amministra la giustizia. I querelanti attendono su una panca. Un Arabo inginocchiato parla mentre il magistrato, avvolto nelle molte pieghe dei vestiti che lo fanno quasi scomparire e con in testa un turbante grosso e pesante che gli copre gran parte del viso, guarda la parte in causa con uno sguardo duro mentre, calmo, lo ascolta. Un muro, nel quale si apre una finestra grigliata, separa questa stanza da quella delle donne le quali, essendo creature meno nobili dell’uomo, non possono stare di fronte al cadì e attendono il loro turno per esporre la loro querela attraverso questa grata di confessionale.

Il sole fa cadere fiotti di fuoco sui muri bianchi come neve di questi piccoli edifici simili a tombe di marabut e sul cortile, dove una vecchia Araba getta dei pesci morti a un esercito di gatti tigrati. I guizzi di luce raggiungono anche l’interno, rovesciandosi sui burnus, sulle gambe brune e secche e sulle facce impassibili.
Più lontano vi è la scuola, accanto a una fontana la cui acqua scorre su un albero. C’è tutto, in questo recinto dolce e tranquillo: la religione, la giustizia e l’istruzione.
Entro nella moschea dopo essermi tolto le scarpe e cammino sui tappeti, in mezzo a grossi pilastri dalle linee regolari, che riempiono questo tempio silenzioso, vasto e basso. Le colonne hanno una faccia orientata verso la Mecca, davanti alla quale si mette il fedele che rimane così voltato verso la città santa e, non vedendo nulla, non è distratto e può immergersi nella preghiera.
Alcuni credenti si prosternano, altri sono in piedi e mormorano le formule del Corano nelle posizioni prescritte. Altri ancora, liberi dopo aver compiuto il loro dovere, parlano seduti in terra lungo i muri. La moschea, infatti, non è solo un luogo di preghiera, ma anche un luogo di riposo, dove ci si ferma e si passano giornate intere.

Tutto è semplice, spoglio, bianco, dolce e tranquillo in questi asili di fede, così diversi dalle nostre chiese decorative, che sono piene di rumore quando ci sono le funzioni, gli assistenti in movimento, le cerimonie pompose, i canti sacri e sono invece tristi e dolenti da stringere il cuore quando sono vuote, con l’aria di fredde camere mortuarie di pietra, nelle quali agonizza il crocifisso.
Entrano in continuazione Arabi di condizione modesta e Arabi ricchi, il facchino del porto e al vecchio capo nobile, con il burnus setoso dal colore squillante. Sono tutti a piedi nudi e fanno gli stessi gesti, pregano lo stesso Dio con la stessa fede esaltata e semplice, senza infingimenti né distrazioni. Dapprima stanno in piedi con il viso levato in alto e le mani aperte all’altezza delle spalle, in atteggiamento di supplica. In seguito lasciano cadere le braccia lungo il corpo e piegano la testa: sono davanti al sovrano del mondo in atteggiamento di rassegnazione. Poi riuniscono le mani sul ventre, intrecciando le dita che sembrano legate: sono prigionieri sottomessi alla volontà del padrone. Quindi si prosternano più volte di seguito, velocemente, senza alcun rumore. Infine, seduti sui talloni con le mani aperte sulle cosce, si piegano in avanti fino a toccare terra con la fronte.

La preghiera, sempre la stessa, ripetuta cinque volte al giorno dai fedeli che, prima di entrare, si lavano i piedi, le mani e la faccia, comincia con la recitazione dei primi versetti del Corano.
Nel tempio silenzioso si sente solo lo sciabordio dell’acqua in un cortile interno che dà luce alla moschea. L’ombra del fico, cresciuto sopra alla fontana delle abluzioni, getta un riflesso verde sulle prime stuoie.
Le donne musulmane possono entrare, ma non vengono quasi mai. Per loro, Dio è troppo lontano, troppo in alto, troppo imponente. Non avrebbero il coraggio di raccontargli le preoccupazioni, confidargli le pene, domandargli i piccoli favori, le piccole consolazioni, i piccoli soccorsi per la famiglia, il marito, i figli di cui i cuori femminili hanno bisogno. C’è bisogno di un intermediario più umile fra lui così grande e loro così piccole.
Questo intermediario è il marabut. Nella religione cattolica non abbiamo forse i santi e la Vergine Maria, avvocati naturali dei deboli presso Dio?

E’ dunque alla tomba del santo, nella piccola cappella dove è seppellito, che troveremo le donne arabe in preghiera.
Andiamo a vederle.                
La zauia Abd-el-Rahman-el-Tcalbi è la più originale e la più interessante di Algeri. Si chiama così una piccola moschea unita ad una kubba (la tomba di un marabut) che comprende a volte anche una scuola e un corso di insegnamento superiore per i musulmani colti.
Per raggiungere la zauia di Abd-el-Rahman bisogna attraversare la città araba, percorrere una salita inimmaginabile attraverso un labirinto di stradine intricate, tortuose, fra i muri senza finestre delle case moresche, le cui sommità quasi si toccano e dalle cui terrazze il cielo sembra un arabesco blu di una fantasia irregolare e bizzarra. Talvolta, un lungo corridoio sinuoso e con le volte, ripido come un sentiero di montagna, sembra condurre direttamente all’azzurro, di cui scorgiamo all’improvviso una macchia radiosa alla svolta di un muro o alla fine di una scalinata.

Lungo questi corridoi stretti, ai piedi delle case sono accosciati alcuni Arabi, che sonnecchiano nei loro abiti a brandelli. Altri sono stipati sui sedili circolari o in terra nei caffè mori, immobili, a bere da piccole tazze di maiolica tenute gravemente fra le dita. Nei punti di incrocio delle vie strette e ripide il sole, cadendo di sorpresa a fili o a grandi macchie, compone sui muri disegni imprevisti, d’una luminosità accecante. Attraverso le porte socchiuse si  scorgono i cortili interni, formati dal solito pezzo quadrato racchiuso da un colonnato che regge le gallerie e dai quali emana aria fresca. Talvolta, da queste case si sente venir fuori una musica dolce e selvaggia e si vedono uscire spesso a due a due delle donne, che ci gettano da sotto il velo uno sguardo cupo e triste, da prigioniere.
Coperte da una stoffa stretta attorno al capo, come da noi è rappresentata la Vergine Maria, il torso avvolto nello haik, le gambe nascoste dagli ampi pantaloni di tela o di calicot, chiusi alla caviglia; camminano lentamente, un po’ impacciate ed esitanti. Si cerca di indovinare il loro viso sotto il velo, che lo disegna aderendo ai lineamenti. Le due arcate bluastre delle sopracciglia sono unite con un tratto disegnato con l’antimonio, che continua fino alle tempie.

A un tratto, delle voci mi chiamano. Mi giro e, attraverso una porta aperta, scorgo delle grandi pitture murali indecenti, come quelle di Pompei. La libertà di costumi, il diffondersi nelle strade di una prostituzione multiforme, gioiosa e ingenuamente ardita, rivelano la profonda differenza che c’è fra il senso del pudore europeo e l’incoscienza orientale.
Non dimentichiamo che da qualche anno soltanto, in queste stesse strade, sono state proibite le rappresentazioni di Caragousse, una sorta di Guignol osceno e mostruoso, le cui imprese inverosimili, ignobili e inenarrabili erano guardate da  bambini inconsapevoli e corrotti, dai grandi occhi neri.
Nella parte alta della città, fra le mercerie, le drogherie e le botteghe di frutta degli incorruttibili Mozabiti, i maomettani puritani contaminati dal contatto con gli altri uomini, che vengono purificati quando rientrano in patria, si aprono i grandi spacci di carne umana, dai quali ci chiamano in tutte le lingue. Il Mozabita, accovacciato nella sua piccola bottega, in mezzo alle merci ben ordinate sembra non vedere, non sapere e non capire, mentre alla sua destra le donne spagnole tubano come tortorelle e alla sinistra le donne arabe miagolano come gatte. In mezzo, fra le nudità impudiche dipinte per richiamare i clienti, egli ha l’aria di un fachiro venditore di frutta, ipnotizzato da un sogno.

Giro a destra per uno stretto passaggio che sembra finire in mare, visibile in lontananza dietro a punta Saint Eugenio. In fondo al tunnel, a qualche metro sotto di me, scorgo un gioiello di moschea o, meglio, una splendida zauia che spunta fra piccoli edifici e piccole tombe quadrate, rotonde e a punta, lungo una scalinata che va a zig zag di terrazza in terrazza.
L’entrata è dissimulata da un muro che sembra fatto di neve argentea, incorniciato da piastrelle di maiolica verde e traforato, con aperture attraverso le quali si vede la rada di Algeri.
Entro. Su ogni gradino sono accovacciati dei mendicanti, vecchi, donne e bambini che, con la mano tesa, chiedono l’elemosina in arabo. A destra, in una piccola costruzione incorniciata di maioliche c’è una sepoltura e, attraverso la porta aperta, si scorgono i fedeli seduti davanti alla tomba. In basso, la cupola splendente della kubba del marabut Abd-er-Rahman, accanto al minareto sottile e quadrato dal quale si chiamano i fedeli alla preghiera.

Lungo la discesa vi sono prima alcune tombe più umili, poi quella del celebre Ahmed, bey di Costantina, che fece divorare dai cani il ventre dei prigionieri francesi.
Dall’ultima terrazza all’entrata del marabut la vista è magnifica. Notre Dame d’Africa domina in lontananza Sant’Eugenio e tutto il mare, che arriva fino all’orizzonte dove si mescola al cielo.
Più vicino, a destra, la città araba sale, di tetto in tetto, fino alla zauia e la disposizione a ripiani delle piccole case di creta continua anche al di sopra. Attorno a me vi sono alcune tombe, un cipresso, un fico e le decorazioni moresche, che incorniciano e merlano tutti i muri sacri.
Dopo aver tolto le scarpe, entro nella kubba. In una stanza stretta, uno studioso musulmano seduto sui talloni, legge un manoscritto che tiene con entrambe le mani all’altezza degli occhi. Non gira la testa. Attorno a lui, sulle stuoie, sono sparpagliati dei libri e delle pergamene.

Sento provenire un fremito, un bisbiglio da una certa distanza. Sono le donne accovacciate intorno alla tomba, che si coprono il viso con movimenti vivaci quando mi avvicino. Sembrano grossi fiocchi bianchi in cui brillano gli occhi e in mezzo a questo spumeggiare di flanella, seta, lana e tela dormono e si agitano dei bambini vestiti di rosso, di blu e di verde: è uno spettacolo ingenuo e piacevole. Vicino al loro santo, di cui hanno addobbato la casa, si sentono a casa loro, mentre Dio è troppo lontano per il loro spirito limitato, troppo grande per la loro umiltà.
Esse non si voltano verso la Mecca, ma verso il corpo del marabut e si mettono sotto alla sua protezione diretta che, ancora una volta, è una protezione maschile, come sempre. I loro occhi di donna, i loro occhi dolci e tristi, sottolineati da due bende bianche non sanno vedere l’immateriale, non conoscono che la creatura. L’uomo, che da vivo le nutre, le difende e le mantiene, dopo la morte parla di loro a Dio. Vicino alla tomba addobbata, colorata e coperta di stoffe e di sete come un letto bretone, e anche di bandiere e di offerte, esse bisbigliano e parlano fra di loro e raccontano al marabut i loro affari, le loro preoccupazioni, le loro liti, i rimproveri al marito. E’ una riunione intima e familiare, nella quale si chiacchiera attorno a una reliquia.

La cappella è piena di offerte bizzarre, di pendole di ogni grandezza che  battono i secondi e suonano le ore, di drappi votivi, di lampadari di ogni tipo e misura, di ottone e cristallo, talmente numerosi da coprire il soffitto a cui sono appesi uno di fianco all’altro, come in una lampisteria. I muri sono decorati di maioliche eleganti verdi e rosse dai disegni armoniosi e il pavimento è coperto di tappeti. La luce cade da finestre curve, poste nella cupola a gruppi di tre, con una, più grande, che domina le altre.
Non è la moschea spoglia e severa, dove Dio è solo. E’ un salotto per la preghiera, ornato con gusto infantile da donne selvagge, che gli spasimanti vengono trovare per dar loro appuntamento e dire qualche parola in segreto. In questo luogo, con queste creature tutte coperte e lente nei movimenti, di cui non si vedono che gli occhi, allacciano delle relazioni anche gli Europei che parlano Arabo.
La confraternita maschile non ha per il santo che abita questo luogo le stesse attenzioni esclusive che hanno le donne. Dopo aver testimoniato rispetto per la tomba, gli uomini si girano verso la Mecca e adorano Dio, perché non c’è divinità al di fuori di Dio, come ripetono in tutte le loro preghiere.   



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